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Revisione prezzi – Termine iniziale per il calcolo del compenso revisionale – Decorrenza – Riferimento alla data dell’aggiudicazione e non dell’offerta

TAR Campobasso, 13.11.2018 n. 657

Se la revisione-prezzi tende a ristabilire il rapporto sinallagmatico tra la prestazione dell’appaltatore e la controprestazione dell’Amministrazione, adeguando il corrispettivo alle variazioni dei prezzi di mercato, qualora questi superino la soglia dell’alea contrattuale come determinata dalla legge, essa può evidentemente operare soltanto dopo che il rapporto contrattuale sia sorto, cioè dopo l’aggiudicazione (cfr. Cons. St., sez. VI, 24 giugno 1994, n. 1055; id., sez. VI, 14 ottobre 1999, n. 559; id., sez. V, 1 ottobre 2002, n. 5122).

La revisione-prezzi nei contratti di appalto (nella fattispecie disciplinata ex art. 33, comma 3, l. n. 41 del 1986) decorre dunque dalla data dell’aggiudicazione e non da quella dell’offerta.
Il TAR ha inoltre indicato e analizzato in senso critico i risalenti pareri e sentenze del Consiglio e le circolari ministeriali su cui si basa le diversa e non condivisa tesi che assume come punto di riferimento per determinare l’ammontare della revisione-prezzi la data dell’offerta:
1) Il parere del 29.8.1983 n. 652, con cui il Consiglio di Stato si è espresso nel senso che “le tabelle dei prezzi da assumere a base ai fini della decorrenza della revisione dei prezzi d’appalto della opere pubbliche sono quelle esistenti alla data dell’offerta, senza che al riguardo possano esplicare alcuna influenza quelle eventualmente emanate in epoca successiva, sia pure con riferimento temporale alla data sopradetta”. Tale parere è antecedente all’entrata in vigore della legge n. 41/1986. Il principio espresso con esso è stato successivamente ribaltato, come risulta dalle sentenze richiamate dalla stessa ricorrente (cfr.: Cass. civile 25.9.1993 n. 9720; idem 25.2.2004 n. 3726; idem 25.5.2004 n. 10018; idem 6.11.2006 n. 23670; idem 12.11.2014 n. 24161), secondo cui le tabelle applicabili sono quelle che riproducono i prezzi correnti al momento della presentazione dell’offerta, ancorché compilate e pubblicate successivamente.
2) La sentenza della Cassazione civile n. 9720 del 1993, a tenore della quale “ai fini della determinazione del compenso revisionale spettante all’appaltatore di opera pubblica, deve farsi riferimento alla tabella che riproduce i prezzi correnti al momento della presentazione dell’offerta, ancorché compilata e pubblicata successivamente”. La fattispecie decisa dalla suprema Corte riguarda un appalto antecedente all’entrata in vigore della legge n. 41/1986, soggetto all’applicazione “ratione temporis” dell’art. 1 del D.L.C.p.S. 6.12.1947 n. 1501, ai sensi del quale il “dies a quo” della revisione prezzi decorre dall’offerta. Per tale motivo, la sentenza – che fa riferimento ai prezzi correnti alla data della presentazione dell’offerta – non costituisce un precedente significativo.
3) La circolare ministeriale n. 480 del 1992, secondo cui, in tutti i casi in cui tra il momento dell’offerta e quello dell’aggiudicazione sia decorso un lasso di tempo superiore al semestre, per la determinazione del compenso revisionale, occorre applicare la tabella vigente al momento dell’offerta. Detta circolare, concernente l’interpretazione dell’art. 33 della legge n. 41/1986, non ha carattere normativo e non può costituire fonte di diritti e obblighi nei rapporti della pubblica Amministrazione con i terzi, spiegando efficacia esclusivamente nei rapporti interni tra gli uffici amministrativi e i loro funzionari, senza per questo assumere valore vincolante ai fini dell’interpretazione della legge (cfr.: Cass. civile, 12.11.2014 n. 24161). La detta circolare si basa sul parere n. 382, reso in tal senso dal Consiglio di Stato in data 3.5.1991. La tesi espressa in tale parere, fatta propria dalla circolare ministeriale, non può essere condivisa, perché si basa su un’impostazione metodologica non corretta, che giunge ad affermare l’inutilità della disciplina più recente, pretendendo di trarre il significato della nuova norma (l’art. 33 della legge n. 41/1986) da quella anteriore (l’art. 8 della legge n. 741/1981), invece che dall’intenzione del legislatore, diretta a contenere la spesa per l’esecuzione delle opere pubbliche, attraverso l’aumento dell’alea revisionale al 10 per cento, mediante l’eliminazione della revisione-prezzi per gli appalti di durata infra-annuale e l’individuazione, per gli appalti di durata superiore all’anno, del “dies a quo” della revisione-prezzi nella data dell’aggiudicazione, anziché dell’offerta. La circolare ministeriale e il presupposto parere finiscono per svuotare il significato letterale dell’art. 33 della legge n. 41/1986, omettendo di inquadrarlo nel sistema ed escludendo ogni effetto abrogativo della disciplina preesistente, nonostante il chiaro disposto del comma sesto dello stesso art. 33, ai sensi del quale “Sono abrogate tutte le disposizioni in contrasto con quelle oggetto del presente articolo”.
4) La sentenza della Cassazione civile n. 24161 del 12.11.2014, secondo cui il D.L.C.p.S. n. 1501 del 1947, art. 1, dev’essere interpretato nel senso che i prezzi correnti al momento dell’esecuzione dell’opera vanno confrontati non già con quelli risultanti dalla tabella nota alla data dell’offerta, la quale riporta i prezzi registrati nel periodo anteriore alla sua pubblicazione, ma con quelli indicati nella tabella relativa al periodo in cui l’offerta è stata presentata, ancorché la stessa sia stata redatta e resa pubblica in epoca successiva. Tale orientamento non è applicabile alla fattispecie in esame, riguardando un contratto di appalto stipulato il 1.8.1975, a seguito di offerta formulata l’8.3.1975, regolato “ratione temporis” dal previgente art. 1 del D.L.C.p.S. n. 1501 del 1947. Solo per tale ragione esso contiene il riferimento all’offerta e non all’aggiudicazione, sicché l’orientamento va disatteso.

Revisione prezzi – Finalità – Attività istruttoria dell’Amministrazione – Applicazione in ambito sanitario

Consiglio di Stato, sez. III, 06.08.2018 n. 4827

Il Collegio ritiene di dover riaffermare i seguenti principi, già espressi nella propria recente giurisprudenza (cfr. Cons. Stato, Sez. III, 9 gennaio 2017 n. 25), secondo cui:
– l’ art. 6, comma 4, della L. n. 537 del 1993, come novellato dall’ art. 44 della L. n. 724 del 1994, prevede che tutti i contratti pubblici ad esecuzione periodica o continuativa devono recare una clausola di revisione periodica del prezzo pattuito;
– tale disposizione, ora recepita nell’art. 115 del codice dei contratti pubblici (D.Lgs. n. 163 del 2006) per quanto riguarda gli appalti di servizi o forniture, costituisce norma imperativa non suscettibile di essere derogata in via pattizia, ed è integratrice della volontà negoziale difforme secondo il meccanismo dell’inserzione automatica;
– la finalità dell’istituto è da un lato quella di salvaguardare l’interesse pubblico a che le prestazioni di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni non siano esposte col tempo al rischio di una diminuzione qualitativa, a causa dell’eccessiva onerosità sopravvenuta delle prestazioni stesse, e della conseguente incapacità del fornitore di farvi compiutamente fronte (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 7 maggio 2015 n. 2295; Consiglio di Stato, Sez. V, 20 agosto 2008 n. 3994), dall’altro di evitare che il corrispettivo del contratto di durata subisca aumenti incontrollati nel corso del tempo tali da sconvolgere il quadro finanziario sulla cui base è avvenuta la stipulazione del contratto (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 23 aprile 2014 n. 2052; Sez. III 4 marzo 2015 n. 1074; Sez. V 19 giugno 2009 n. 4079);
– l’obbligatoria inserzione di una clausola di revisione periodica del prezzo, da operare sulla base di un’istruttoria condotta dai competenti organi tecnici dell’amministrazione, non comporta anche il diritto all’automatico aggiornamento del corrispettivo contrattuale, ma soltanto che l’Amministrazione proceda agli adempimenti istruttori normativamente sanciti;
– in tal senso si è ripetutamente pronunciata la giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. V, 22 dicembre 2014, n. 6275 e 24 gennaio 2013 n. 465), rilevando che la posizione dell’appaltatore è di interesse legittimo, quanto alla richiesta di effettuare la revisione in base ai risultati dell’istruttoria, poiché questa è correlata ad una facoltà discrezionale riconosciuta alla stazione appaltante (Cass. SS.UU. 31 ottobre 2008 n. 26298), che deve effettuare un bilanciamento tra l’interesse dell’appaltatore alla revisione e l’interesse pubblico connesso al risparmio di spesa, ed alla regolare esecuzione del contratto aggiudicato;
– in ordine alla fissazione dell’adeguamento spettante, è da escludere che la pretesa vantata dal privato fornitore abbia la consistenza di un diritto soggettivo perfetto suscettibile di accertamento e condanna da parte del giudice amministrativo; infatti, le citate disposizioni prescrivono che la determinazione sia effettuata dalla stazione appaltante all’esito di un’istruttoria condotta dai dirigenti responsabili dell’acquisizione di beni e servizi;
– l’istituto della revisione prezzi si atteggia secondo un modello procedimentale volto al compimento di un’attività di preventiva verifica dei presupposti necessari per il riconoscimento del compenso revisionale, modello che sottende l’esercizio di un potere autoritativo tecnico-discrezionale dell’amministrazione nei confronti del privato contraente, potendo quest’ultimo collocarsi su un piano di equiordinazione con l’amministrazione solo con riguardo a questioni involgenti l’entità della pretesa;
– di conseguenza, la posizione del privato contraente si articolerà nella titolarità di un interesse legittimo con riferimento all’an della pretesa ed eventualmente in una situazione di diritto soggettivo con riguardo al quantum, ma solo una volta che sarà intervenuto il riconoscimento della spettanza di un compenso revisionale; peraltro tale costruzione, ormai del tutto ininfluente ai fini del riparto di giurisdizione, mantiene inalterata la sua rilevanza con riferimento alle posizioni giuridiche soggettive del contraente dell’amministrazione proprio per effetto dell’art. 133, lett. e), punto 2), c.p.a., che assoggetta l’intera disciplina della revisione prezzi alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo;
– la qualificazione in termini autoritativi del potere di verifica della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del compenso revisionale, comporta che il privato contraente potrà avvalersi solo dei rimedi e delle forme tipiche di tutela dell’interesse legittimo. Ne deriva che sarà sempre necessaria l’attivazione – su istanza di parte – di un procedimento amministrativo nel quale l’Amministrazione dovrà svolgere l’attività istruttoria volta all’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del compenso revisionale, compito che dovrà sfociare nell’adozione del provvedimento che riconosce il diritto al compenso revisionale e ne stabilisce anche l’importo. In caso di inerzia da parte della stazione appaltante, a fronte della specifica richiesta dell’appaltatore, quest’ultimo potrà impugnare il silenzio inadempimento prestato dall’Amministrazione, ma non potrà demandare in via diretta al giudice l’accertamento del diritto, non potendo questi sostituirsi all’amministrazione rispetto ad un obbligo di provvedere gravante su di essa (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 24 gennaio 2013 n. 465);
– i principi espressi in precedenza trovano conferma anche nelle costanti decisioni delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (ex multis S.U. 14090 del 2004, 4463/2009, 6016 e 19567/2011, 7176 e 12063/del 2014) secondo cui, in tema di revisione prezzi, la posizione dell’appaltatore di fronte alla facoltà dell’amministrazione di concederla ricorrendone i presupposti giuridici, ha natura di mero interesse legittimo, tutelabile dinanzi al giudice amministrativo. Di conseguenza la lex specialis del capitolato di appalto che si conformi a queste norme non può costituire ex sé un diritto soggettivo dell’appaltatore nella fase precedente il riconoscimento della revisione prezzi da parte dell’organo amministrativo competente, ed in tal modo derogare alla disciplina normativa sul relativo potere autoritativo e sulla conseguente giurisdizione del giudice amministrativo, anche sulla mancata risposta dell’amministrazione alla relativa richiesta dell’appaltatore, poiché la sua posizione si colloca in un’area di rapporti privi di base paritetica, pur essendo stato il contratto di appalto già stipulato (cfr. Cass. civ. Sez. Unite, Ord., 30/10/2014, n. 23067);
– l’obbligatoria inserzione di una clausola di revisione periodica del prezzo, da operare sulla base di un’istruttoria condotta dai competenti organi tecnici dell’Amministrazione, infatti, “non comporta anche il diritto all’automatico aggiornamento del corrispettivo contrattuale, ma soltanto che l’Amministrazione proceda agli adempimenti istruttori normativamente sanciti; la posizione dell’appaltatore è quindi di interesse legittimo, quanto alla richiesta di effettuare la revisione in base ai risultati dell’istruttoria, poiché questa è correlata ad una facoltà discrezionale riconosciuta alla stazione appaltante che deve effettuare un bilanciamento tra l’interesse dell’appaltatore alla revisione e l’interesse pubblico connesso al risparmio di spesa, ed alla regolare esecuzione del contratto aggiudicato; i risultati del procedimento di revisione prezzi sono quindi espressione di facoltà discrezionale, che sfocia in un provvedimento autoritativo, il quale deve essere impugnato nel termine decadenziale di legge; al tempo stesso la posizione dell’appaltatore assume carattere di diritto soggettivo solo dopo che l’Amministrazione, in base alle risultanze istruttorie, abbia riconosciuto la sua pretesa, vertendosi solo allora in tema di quantum del compenso revisionale” (Cons. di St., sez. V, 27.11.2015, n. 5375; 24 gennaio 2013, n. 465).

l’obbligatoria inserzione di una clausola di revisione periodica del prezzo, da operare sulla base di un’istruttoria condotta dai competenti organi tecnici dell’Amministrazione, non comporta anche il diritto all’automatico aggiornamento del corrispettivo contrattuale, ma soltanto che l’Amministrazione proceda agli adempimenti istruttori normativamente sanciti;
scopo della revisione è quello di garantire che le prestazioni di beni o servizi da parte degli appaltatori delle Amministrazioni pubbliche non subiscano con il tempo una diminuzione qualitativa a causa degli aumenti dei prezzi dei fattori della produzione, incidenti sulla percentuale di utile considerata in sede di formulazione dell’offerta, con conseguente incapacità del fornitore di far fronte compiutamente alle stesse prestazioni;

– ai fini della quantificazione della somma dovuta dalla p.a. a titolo di revisione prezzi deve essere applicato in via suppletiva, ai sensi dell’art. 6, l. 24 dicembre 1993 n. 537, l’indice Istat dei prezzi al consumo di famiglie di operai e impiegati su base semestrale; tale “indice … costituisce il limite massimo oltre il quale, salvo circostanze eccezionali che devono essere provate dall’impresa, essa non può spingersi nella determinazione del compenso revisionale (Cons. di St., sez. V, 20.11.2015, n. 5291”;
– poiché tale indice costituisce il limite massimo oltre il quale, salvo circostanze eccezionali, non può spingersi nella determinazione del compenso revisionale, la quantificazione del compenso revisionale può effettuarsi ragionevolmente con il ricorso a differenti parametri statistici;
– tenuto conto del settore di riferimento, correttamente l’Azienda Ospedaliera ha richiamato quanto previsto dall’art. 17, comma 1, lett. a) del d.l. 6.07.2011 n. 98, conv. in l. 15.07.2011, n. 111, a norma del quale, nell’ambito della “Razionalizzazione della spesa sanitaria”, si è stabilito che: “nelle more del perfezionamento delle attività concernenti la determinazione annuale di costi standardizzati per tipo di servizio e fornitura da parte dell’Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e anche al fine di potenziare le attività delle Centrali regionali per gli acquisti, il citato Osservatorio, a partire dal 1° luglio 2012, attraverso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici di cui all’articolo 62-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, fornisce alle regioni un’elaborazione dei prezzi di riferimento, ivi compresi quelli eventualmente previsti dalle convenzioni Consip, anche ai sensi di quanto disposto all’articolo 11, alle condizioni di maggiore efficienza dei beni, ivi compresi i dispositivi medici ed i farmaci per uso ospedaliero, delle prestazioni e dei servizi sanitari e non sanitari individuati dall’Agenzia per i servizi sanitari regionali di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 30 giugno 1993, n. 266, tra quelli di maggiore impatto in termini di costo a carico del Servizio sanitario nazionale, nonché la pubblicazione sul sito web dei prezzi unitari corrisposti dalle aziende sanitarie locali per gli acquisti di beni e servizi… Ciò, al fine di mettere a disposizione delle regioni ulteriori strumenti operativi di controllo e razionalizzazione della spesa”;
– il predetto Osservatorio ha rilevato i prezzi di riferimento per diverse categorie di servizi, tra i quali anche quelli di pulizia, oggetto della presente controversia;
– i prezzi ivi previsti – considerati come remunerativi per le imprese – sono più bassi di quelli previsti nel contratto, per i quali la società Gesap ha chiesto la revisione;
– l’art. 17, comma 1, lett. a) del D.L. n. 98/2011 convertito in L. n. 111/2011, prevede che “le regioni adottano tutte le misure necessarie a garantire il conseguimento degli obiettivi di risparmio programmati”; stabilisce, inoltre, che “Qualora sulla base dell’attività di rilevazione di cui al presente comma, nonché, in sua assenza, sulla base delle analisi effettuate dalle Centrali regionali per gli acquisti anche grazie a strumenti di rilevazione dei prezzi unitari corrisposti dalle Aziende Sanitarie per gli acquisti di beni e servizi, emergano differenze significative dei prezzi unitari, le Aziende Sanitarie sono tenute a proporre ai fornitori una rinegoziazione dei contratti che abbia l’effetto di ricondurre i prezzi unitari di fornitura ai prezzi di riferimento come sopra individuati, e senza che ciò comporti modifica della durata del contratto. In caso di mancato accordo, entro il termine di 30 giorni dalla trasmissione della proposta, in ordine ai prezzi come sopra proposti, le Aziende sanitarie hanno il diritto di recedere dal contratto senza alcun onere a carico delle stesse, e ciò in deroga all’articolo 1671 del codice civile. Ai fini della presente lettera per differenze significative dei prezzi si intendono differenze superiori al 20 per cento rispetto al prezzo di riferimento”;
– correttamente, quindi, in presenza di una normativa che impone, nel settore sanitario, la rinegoziazione dei contratti ed addirittura il recesso in caso di prezzi superiori (per una certa percentuale) a quelli di riferimento, la scelta dell’Azienda Ospedaliera di negare la revisione dei prezzi – già superiori a quelli dell’Osservatorio – risulta ampiamente giustificata se si considera la finalità dell’istituto della revisione prezzi, e cioè quello di garantire alla P.A. il mantenimento di un adeguato standard qualitativo della prestazione durante la durata del contratto;

Revisione prezzi nel nuovo Codice: è ancora obbligatoria? E’ applicabile ai settori speciali?

Come chiarito da Consiglio di Stato, sez. III, 19.06.2018 n. 3768, nel nuovo codice degli appalti, la revisione non è obbligatoria per legge come nella previgente disciplina, ma opera solo se prevista dai documenti di gara. Ciò comporta l’inapplicabilità della giurisprudenza sulla natura imperativa e sull’inserimento automatico delle clausole relative alla revisione prezzi e alla loro sostituzione delle clausole contrattuali difformi;
– ulteriore differenza tra la disciplina recata tra i due codici si rinviene in ordine all’applicabilità della revisione prezzi anche ai “settori speciali”, che era esclusa nel regime recato dal D.Lgs. n. 163/06 ed è invece ora ammessa dall’art. 106 del D.Lgs. n. 50/2016.

 

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Settori speciali – Revisione dei prezzi – Rimessione alla Corte di giustizia dell’Unione Europea

Consiglio di Stato, sez. IV, 22.03.2017 n. 1297  

I QUESITI PROPOSTI:
Il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, sia di interpretazione che di validità, si rende, quindi, necessario, da parte di questo Consiglio di Stato quale giudice di ultima istanza, alla luce di quanto affermato dalla consolidata giurisprudenza della stessa Corte di giustizia (cfr. ex plurimis, in ordine al rinvio pregiudiziale, Sez. IV, 18 luglio 2013 C-136/12 laddove essa precisa, par. 25, che : “. . . qualora non esista alcun ricorso giurisdizionale avverso la decisione di un giudice nazionale, quest’ultimo è, in linea di principio, tenuto a rivolgersi alla Corte ai sensi dell’articolo 267, terzo comma, TFUE quando è chiamato a pronunciarsi su una questione di interpretazione del predetto Trattato”; in ordine al rinvio di validità, nel senso dell’obbligatorietà assoluta del medesimo, Corte di giustizia, 6 dicembre 2005, C-461/03; 21 marzo 2000, C-6/99). Né sussistono, nel caso di specie, le deroghe a tale principio, come enucleate dalla giurisprudenza della medesima Corte di giustizia relativamente al rinvio pregiudiziale di interpretazione.
Il Collegio, pertanto, in ciò accogliendo anche la domanda formulata da parte appellante, ritiene di dover rimettere alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato FUE, le seguenti questioni pregiudiziali, ordinate logicamente, formulando i corrispondenti quesiti:
a) se sia conforme al diritto dell’Unione Europea (in particolare con gli articoli 3, co.3, TUE, artt. 26, 56/58 e 101 TFUE, art. 16 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea) ed alla Direttiva n. 17/2004 l’interpretazione del diritto interno che escluda la revisione dei prezzi nei contratti afferenti ai cd. settori speciali, con particolare riguardo a quelli con oggetto diverso da quelli cui si riferisce la stessa Direttiva, ma legati a questi ultimi da un nesso di strumentalità;
b) se la Direttiva n. 17/2004 (ove si ritenga che l’esclusione della revisione dei prezzi in tutti i contratti stipulati ed applicati nell’ambito dei cd. settori speciali discenda direttamente da essa), sia conforme ai principi dell’Unione Europea (in particolare, agli articoli 3,co. 1 TUE, 26, 56/58 e 101 TFUE, art. 16 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea), “per l’ingiustizia, la sproporzionatezza, l’alterazione dell’equilibrio contrattuale e, pertanto, delle regole di un mercato efficiente”.

Revisione prezzi – Finalità (Art. 115)

Consiglio di Stato, sez. III, 01.04.2016 n. 1309

Il Consiglio ha chiarito che l’istituto della revisione è preordinato, nell’attuale disciplina, alla tutela dell’esigenza, propria dell’Amministrazione, di evitare che il corrispettivo del contratto di durata subisca aumenti incontrollati, nel corso del tempo, tali da sconvolgere il quadro finanziario sulla cui base è avvenuta la stipulazione del contratto (Cons. St., sez. V, 23.4.2014, n. 2052).
Solo in via mediata l’istituto in esame tutela l’interesse dell’impresa a non subire l’alterazione dell’equilibrio contrattuale conseguente alle modifiche dei costi che si verifichino durante l’arco del rapporto e che potrebbero indurla ad una surrettizia riduzione degli standards qualitativi delle prestazioni.
Laddove, pertanto, l’impresa dimostri, durante l’istruttoria, l’esistenza di circostanze eccezionali che giustifichino la deroga all’indice FOI, la quantificazione del compenso revisionale potrà effettuarsi con il ricorso a differenti parametri statistici (v., ex plurimis, Cons. St., sez. V, 17.2.2010, n. 935; Cons. St., sez. V, 1.10.2010, n. 7254).

La revisione dei prezzi si applica anche in caso di rinnovi e successivi contratti di contenuto identico all’originario oppure soltanto in caso di proroghe contrattuali?

La revisione dei prezzi si applica anche in caso di rinnovi o successivi contratti di contenuto identico all’originario o soltanto alle proroghe contrattuali? La revisione dei prezzi di cui all’art. 6, l. 24 dicembre 1993 n. 537 e all’art. 115 del codice dei contratti si applica solo alle proroghe contrattuali, come tali previste ab origine negli atti di gara ed oggetto di consenso “a monte” ( proroghe, nella specie, non previste: cfr. art. 2 del capitolato), ma non anche agli atti successivi al contratto originario con cui, mediante specifiche manifestazioni di volontà, è stato dato corso tra le parti a distinti, nuovi ed autonomi rapporti giuridici, ancorché di contenuto identico a quello originario per quanto concerne la remunerazione del servizio, senza che sia stata avanzata alcuna proposta di modifica del corrispettivo, che pure la parte privata era libera di formulare (Consiglio di Stato, sez. III, 11/07/2014, n. 3585). La proroga del termine finale di un appalto, infatti, comporta il solo differimento del termine di scadenza del rapporto (il quale resta regolato dalla sua fonte originaria), mentre il rinnovo del contratto costituisce una nuova negoziazione con la controparte, ossia un rinnovato esercizio dell’autonomia negoziale attraverso cui vengono liberamente pattuite le condizioni del rapporto (Consiglio di Stato, sez. III, 22.01.2016 n. 209).

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Revisione dei prezzi: nel caso di rinnovo del contratto si può utilizzare come riferimento il precedente corrispettivo?

Revisione dei prezzi: nel caso di rinnovo del contratto si può utilizzare come riferimento il precedente corrispettivo? Sul punto è stato ribadito che “con le manifestazioni negoziali di procedere al rinnovo del contratto, anche se con contenuto analogo alle condizioni precedenti, si dà luogo a nuovi e distinti rapporti giuridici, in discontinuità con l’originario contratto, che non può essere assunto a parametro di raffronto per la maggiorazione dei corrispettivi a mezzo del procedimento di revisione (cfr. Cons. St., Sez. III, n. 2682 del 9 maggio 2012) (Consiglio di Stato, sez. III, 18.12.2015 n. 5779)

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Contratti ad esecuzione periodica o continuativa, revisione periodica del prezzo, nullità delle clausole che la escludono – Situazione soggettiva dell’appaltatore, conseguenze (Art. 115)

Consiglio di Stato, sez. V, 27.11.2015 n. 5375
(sentenza integrale)

“In proposito si osserva che l’art. 44, 4 comma della L. n. 724/94, di cui parte appellante deduce la violazione prevede, per tutti i contratti ad esecuzione periodica o continuativa relativi a servizi o forniture, l’obbligatoria inserzione di una clausola di revisione periodica del prezzo da operare sulla base di un’istruttoria condotta dai competenti organi tecnici dell’amministrazione.
Conseguentemente sono nulle le clausole contrattuali che escludono la revisione del canone e si verifica l’eterointegrazione della disciplina di gara ai sensi degli artt. 1339 e 1419 cc., ma questo principio non comporta anche il diritto all’automatico aggiornamento del corrispettivo contrattuale, ma soltanto che l’Amministrazione proceda agli adempimenti istruttori normativamente sanciti.
In tal senso si è ripetutamente pronunciata la giurisprudenza (Cons. Stato, Sez. V, sentt. 22 dicembre 2014, n. 6275 e 24 gennaio 2013 n. 465, T.A.R. sez. III Milano n. 222/2015, TAR Campania – Napoli, Sez. I, 21 ottobre 2010, n. 20632), rilevando che la posizione dell’appaltatore è di interesse legittimo, quanto alla richiesta di effettuare la revisione in base ai risultati dell’istruttoria, poiché questa è correlata ad una facoltà discrezionale riconosciuta alla stazione appaltante (Cass. SS.UU. 31 ottobre 2008 n. 26298), che deve effettuare un bilanciamento tra l’interesse dell’appaltatore alla revisione e l’interesse pubblico connesso al risparmio di spesa da un lato, ed alla regolare esecuzione del contratto aggiudicato.
I risultati del procedimento di revisione prezzi sono quindi espressione di facoltà discrezionale, che sfocia in un provvedimento autoritativo, il quale deve essere impugnato nel termine decadenziale di legge.
La posizione dell’appaltatore assume carattere di diritto soggettivo solo dopo che l’Amministrazione, in base alle risultanze istruttorie, abbia riconosciuto la sua pretesa, vertendosi solo allora in tema di “quantum” del compenso revisionale.
Sia l’abrogato art. 6, comma 4, della legge 23 dicembre 1993 n. 537 (come modificato dall’art. 44 della legge 24 dicembre 1994 n. 724), che il vigente art. 115 del d.lgs. n. 163/2006 prevedono per la revisione prezzi un’istruttoria da parte dei dirigenti responsabili della acquisizione di beni e servizi, sulla base in primo luogo dei dati forniti dalla sezione centrale dell’Osservatorio dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture e dall’ISTAT (art. 7, comma 4, lett. c), e comma 5, del d.lgs. n. 163/2006).
In base alle suesposte considerazioni non è configurabile alcuna contraddizione nelle pronunce del giudice amministrativo, che sanciscono, sotto un primo profilo, la sussistenza dell’obbligo di inserzione della clausola e quindi del corrispondente diritto della parte contraente (problematica esulante però dalla vicenda di cui è causa, in quanto la revisione era contrattualmente prevista) e, sotto un distinto e cronologicamente successivo profilo, ritengono che la situazione soggettiva dell’appaltatore in relazione alle modalità ed ai risultati della revisione sia di interesse legittimo in ragione della discrezionalità dell’Amministrazione sull’an debeatur (Cons. Stato, Sez. V, 24 gennaio 2013, n. 465)”.

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