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Sulla possibilità per i privati di partecipare ad una società in house

Il Consiglio di Stato nel parere n. 1389 del 2019 ha stabilito i seguenti principi:

a) che nel settore dei servizi idrici, sino a quando una specifica disposizione di legge nazionale, diversa dagli artt.  5, d.lgs. n. 50 del 2016 e 16, d.lgs. n. 175 del 2016, non stabilirà la possibilità per i privati di partecipare ad una società in house – indicando anche la misura della partecipazione, la modalità di ingresso del socio privato, il ruolo all’interno della società e i rapporti con il socio pubblico – deve ritenersi preclusa al privato la partecipazione alla società in house. 

b) che l’art. 149 bis Codice dell’ambiente, nella parte in cui effettua un richiamo all’ “ordinamento europeo”, non permette, allo stato, la partecipazione dei privati alla società in house perché proprio il richiamo all’ordinamento europeo effettuato dalla predetta norma nazionale impone una specifica previsione nazionale che ammetta, e disciplini, la partecipazione dei privati alle società in house (in termini analoghi i già richiamati articoli 5 Codice dei contratti pubblici e 16, d.lgs. n. 175 del 2016).

c) che, in attesa della decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea (cui, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, spetta l’interpretazione dei trattati e degli atti compiuti dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’Unione), a prescindere dall’eccezionalità o meno dell’in house providing, le norme che disciplinano tale istituto vanno interpretate restrittivamente anche per evitare che applicazioni analogiche, di fatto ampliandone il ricorso, possano trasformarsi in una lesione delle concorrenza che, come è noto, è tra i principi dell’Unione.

La Sezione osserva che l’articolo 7 della legge della regione Piemonte 20 gennaio 1997, n. 13, nel riferirsi alla legge 142/1990, prende in considerazione l’affidamento del servizio o attraverso concessione a terzo scelto tramite gara oppure attraverso le società miste pubblico-privato; nessuna indicazione, invece, fornisce per il possibile affidamento in house anche in considerazione del fatto che all’epoca l’in house non si era ancora sviluppato e certamente non era oggetto di disciplina normativa.

Inoltre, l’articolo 149-bis del codice dell’ambiente, facendo richiamo ai principi nazionali e comunitari, va interpretato nel senso che, nel rispetto dell’articolo 34, comma 20, d.l. 179/2012, si possa, tra l’altro, scegliere:

a) di esperire una gara per la scelta del concessionario-gestore privato cui affidare la gestione del servizio idrico;

b) di costituire una società mista, con socio operativo/industriale, cui conferire la gestione del servizio, a condizione che la gara per la scelta del socio sia preordinata alla individuazione del socio industriale od operativo che concorra materialmente allo svolgimento del servizio pubblico nel rispetto di quanto oggi stabilito dal d. lgs. 175/2016 (e, tra l’altro, dagli articoli 7 e 17 d. lgs. ora citato) nonché dalla giurisprudenza comunitaria (Corte UE, sez. III, 15 ottobre 2009 C196/08) e nazionale.

c) di affidarlo a società in house.

In quest’ultimo caso, come detto, occorrerà rispettare le condizioni richieste dalla disciplina europea così come sopra delineate.

Con la conseguenza che il dubbio sollevato dalla regione Piemonte va sciolto nel senso che la partecipazione di privati al capitale della persona giuridica controllata è ammessa solo se prescritta espressamente da una disposizione legislativa nazionale, in conformità dei trattati e a condizione che si tratti di una partecipazione che non comporti controllo o potere di veto e che non conferisca un’influenza determinante sulle decisioni della persona giuridica controllata.

Nel caso sottoposto all’esame del Consiglio, poiché, per un verso, la norma di riferimento per l’affidamento della gestione del servizio idrico è l’articolo 149-bis del codice dell’ambiente che chiaramente lo esclude e, per altro verso, manca una norma di legge che espressamente lo prescriva, la risposta al primo quesito deve essere negativa: sino a quando una specifica disposizione di legge nazionale, diversa dagli articoli 5 d. lgs. 50/2016 e 16 d. lgs. 175/2016, infatti, non prescriverà che i privati partecipino ad una società in house – indicando anche la misura della partecipazione, la modalità di ingresso del socio privato, il ruolo all’interno della società e i rapporti con il socio pubblico – l’apertura dell’in house ai privati deve ritenersi esclusa.

Giova altresì ribadire che non può giungersi a diversa conclusione, come prospettato dalla regione richiedente, in considerazione del richiamo all’ “ordinamento europeo” che vi è nell’articolo 149 bis Cod. amb. perché, proprio l’ordinamento europeo richiamato, impone una specifica previsione nazionale che prescriva (e disciplini) la partecipazione dei privati alle società in house (in termini analoghi i già richiamati articoli 5 Codice dei contratti pubblici e 16 d. lgs. 175/2016).

Per chiarezza terminologica la Sezione rileva, inoltre, che il riferimento al socio industriale contenuto a pagina 6 del quesito risulta corretto per le società miste mentre nel caso di società in house non può, per le ragioni prima esposte, portare a dare rilievo/influenza (maggiore di quella voluta dalla direttiva comunitaria) al socio privato a prescindere da come lo si voglia qualificare.

La risposta in termini negativi al primo quesito esonera la Sezione dal rispondere al secondo quesito. Tuttavia il Consiglio, ferma restando l’autonomia del legislatore regionale nel valutare l’ambito di un suo intervento, ricorda che le discipline esposte in questo parere afferiscono – come sopra detto – alla “tutela della concorrenza” e, dunque, rientrano in larga parte nella materia indicata dall’articolo 117, comma 2, lett. e), Cost. riservata al legislatore nazionale (ex multis, Corte cost. 401/2007; Corte cost., 16 luglio 2014 n. 199).

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Dichiarazioni mancanti nell’offerta redatta in conformità al modello fac-simile predisposto dalla Stazione Appaltante: è attivabile il soccorso istruttorio?

Per giurisprudenza consolidata, anche se il principio del favor partecipationis, volto a favorire la più ampia partecipazione alle gare pubbliche, ha di norma carattere recessivo rispetto al principio della par condicio, tuttavia l’esigenza di apprestare tutela all’affidamento inibisce alla stazione appaltante di escludere dalla gara pubblica un’impresa che abbia compilato l’offerta in conformità al facsimile all’uopo dalla stessa predisposto, potendo eventuali parziali difformità rispetto al disciplinare costituire oggetto di richiesta di integrazione (necessariamente, mediante soccorso istruttorio [art. 83, d.lgs. n. 50/2016]), atteso che nessun addebito poteva a detta impresa essere contestato per essere stata indotta in errore, all’atto della presentazione della domanda di partecipazione alla gara, da un negligente comportamento della stazione appaltante, che aveva predisposto la modulistica da allegare alla domanda (in termini, Consiglio di Stato, sez. V, 29.04.2019 n. 2720; cfr. sez. V, 05.07.2011 n. 4029; sez. V, 02.12.2015 n. 5454).

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Specifiche tecniche – Equivalenza – Non costituisce principio immanente e generale – Applicazione (art. 68 d.lgs. n. 50/2016)

Consiglio di Stato, sez. V, 08.05.2019 n. 2991


Invero, se è indubbio che compete alla stazione appaltante individuare, alla luce delle proprie specifiche esigenze, le caratteristiche tecniche dei beni oggetto della prestazione d’appalto, è parimenti vero che una volta definitele all’interno della lex specialis di gara, le stesse diventano vincolanti ed immodificabili non solo per gli operatori economici che intendano partecipare alla procedura concorrenziale, dovendo ad esse conformare il contenuto delle proprie offerte, ma pure per la stessa stazione appaltante, che non può mutarle in corso di gara, neppure per via interpretativa.
Neppure è persuasiva la tesi secondo cui opererebbe, nella materia su cui si verte, un immanente e generale principio di equivalenza delle specifiche tecniche, non risultandone integrati, nel caso di specie, i presupposti: il principio (espresso dapprima nell’art. 68 del d.lgs. n. 163 del 2006 e quindi dall’art. 68, comma 6, del d.lgs. n. 50 del 2016), concepito a tutela della concorrenza, trova applicazione nel senso che qualora siano inserite nella legge di gara delle specifiche tecniche a tal punto dettagliate da poter individuare un dato prodotto in maniera assolutamente precisa (con una fabbricazione o provenienza determinata o un procedimento particolare, con riferimento a un marchio o ad un brevetto), ipotesi che qui non ricorre, per favorire la massima partecipazione deve essere data la possibilità della proposta che ottemperi in maniera equivalente agli stessi requisiti.

In estrema sintesi, tale principio vincola infatti l’amministrazione solo qualora il bando di gara, il capitolato d’oneri o i documenti complementari dettagliatamente menzionano un marchio, un brevetto o un tipo, un’origine o una produzione specifica che avrebbero come effetto di favorire o eliminare talune imprese o taluni prodotti; tale indicazione deve essere accompagnata già nel bando dall’espressione “o equivalente” (ex multis, Consiglio di  Stato, sez. III, 11 luglio 2016, n. 3029).
Nel caso in esame, peraltro, non si versa nell’ipotesi della richiesta di un prodotto così specificamente individuato da restringere eccessivamente la possibilità di partecipazione alla gara, atteso che il già richiamato art. 2 della Specifica tecnica si limitava ad individuare le caratteristiche minime della fornitura, individuate – tra l’altro – dal punto di vista delle sue componenti meccaniche (e non invece del marchio o della produzione); ne consegue che la stazione appaltante non era tenuta a valutare ogni prodotto in ipotesi equivalente, ma solamente a riscontrare la presenza di tutte le caratteristiche richieste nel bando per il corretto e ottimale funzionamento del servizio.

Attestazione SOA – Certificazione di qualità – Rapporti e differenze – Rilevanza in punto di dimostrazione del possesso dei requisiti (art. 84 d.lgs. n. 50/2016)

Consiglio di Stato, 07.05.2019 n. 2932

Il Collegio non condivide la considerazione dei rapporti tra attestazione SOA e certificazione di qualità, posta dal TAR alla base della decisione appellata.

Lo scopo della disciplina sulla qualificazione delle imprese non è quello che alle procedure di affidamento partecipino soggetti formalmente idonei, ma quello di selezionare operatori che risultino in modo certo in possesso dei prescritti requisiti sostanziali, tali da renderli realmente affidabili nei confronti della stazione appaltante.

Nel caso in esame, alla luce della documentazione esistente, non è in discussione che la ditta (appellante) sia stata in possesso dei requisiti sostanziali di qualificazione, senza soluzione di continuità per tutto il periodo che va dalla presentazione della domanda all’aggiudicazione. Mentre ciò che riguarda il periodo successivo non rileva ai fini della legittimità dell’aggiudicazione, oggetto della controversia.

In pratica, all’appellante si è rimproverato di non aver prodotto in gara (bensì soltanto in giudizio, allorché la questione è stata sollevata dalla società concorrente) una nuova attestazione SOA che recepisse formalmente la rinnovazione della certificazione di qualità già da tempo ottenuta, da parte del medesimo organismo certificatore e con riferimento alla normativa tecnica unificata aggiornata.

Ora, se è vero che, di regola, è l’attestazione SOA, in base all’art. 84, comma 4, lettera c), del Codice dei contratti, a dare conto anche dell’esistenza della certificazione di qualità, non per questo una certificazione di qualità aggiornata, ma non ancora “integrata” nell’attestazione deve essere ritenuta irrilevante. Del resto, la verifica del requisito sulla base del parametro UNI EN ISO 9000 rientra nella competenza esclusiva dell’organismo certificatore all’uopo accreditato ai sensi delle norme europee, e rispetto ad essa la SOA non può che recepirne il contenuto  (…). Senza contare che un’attestazione SOA in corso di validità è formalmente idonea a comprovare il possesso del relativo requisito di qualificazione fino a che non venga impugnata, ma ciò nel caso in esame non è avvenuto.

Se la ditta (appellante) non ha dimostrato in gara di essersi attivata per ottenere una attestazione aggiornata, è perché la stazione appaltante non aveva sollevato, in ordine alla sufficienza di quella prodotta, alcuna perplessità o richiesta di integrazioni o chiarimenti. La verifica è quindi avvenuta in giudizio, ed ha confermato il possesso del requisito, ormai risultante anche da un’attestazione SOA aggiornata prima della scadenza del termine di verifica.

Costi della manodopera e soccorso istruttorio nel nuovo Codice dei contratti pubblici: la pronuncia della Corte di Giustizia Europea (art. 83 , art. 95, d.lgs. n. 50/2016)

Corte di giustizia UE, 02.05.2019 n. C-309/18

1) Costi della manodopera – Omessa indicazione separata nell’offerta economica – Mancata specificazione nella lex specialis – In presenza di un obbligo previsto dalla normativa nazionale richiamata nella disciplina di gara – Esclusione automatica dell’offerente – Conformità al diritto comunitario.
2) Nel caso di disposizioni della gara che non consentono di indicare i costi della manodopera – Soccorso istruttorio – Ammissibilità.

Abstract

I principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, quali contemplati nella direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l’esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d’appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i principi di trasparenza e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che essi non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall’amministrazione aggiudicatrice.


SENTENZA DELLA CORTE (Nona Sezione)
2 maggio 2019 ( *1 )
“Rinvio pregiudiziale – Aggiudicazione degli appalti pubblici – Direttiva 2014/24/UE – Costi della manodopera – Esclusione automatica dell’offerente che non ha indicato separatamente nell’offerta detti costi – Principio di proporzionalità”

Nella causa C‑309/18, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Italia), con ordinanza del 20 marzo 2018, pervenuta in cancelleria il 7 maggio 2018, (…)
vista la decisione, adottata dopo aver sentito l’avvocato generale, di giudicare la causa senza conclusioni, ha pronunciato la seguente

Sentenza
1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE (GU 2014, L 94, pag. 65), nonché dei principi del diritto dell’Unione in materia di appalti pubblici.
2 Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra, da un lato, la Lavorgna Srl e, dall’altro, il Comune di Montelanico (Italia), il Comune di Supino (Italia), il Comune di Sgurgola (Italia) e il Comune di Trivigliano (Italia), in merito all’aggiudicazione di un appalto pubblico a una società che ha omesso di indicare separatamente i costi della manodopera nella propria offerta economica.
Contesto normativo

Diritto dell’Unione
3 I considerando 40 e 98 della direttiva 2014/24 sono così formulati:
“(40) La vigilanza sull’osservanza delle disposizioni in materia di diritto (…) del lavoro dovrebbe essere svolta nelle fasi pertinenti della procedura di appalto, nell’applicare i principi generali che disciplinano la selezione dei partecipanti e l’aggiudicazione dei contratti, nell’applicare i criteri di esclusione e nell’applicare le disposizioni riguardanti le offerte anormalmente basse. (…)
(98) (…) I requisiti riguardanti le condizioni di lavoro fondamentali disciplinate dalla direttiva 96/71/CE [del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 1996, relativa al distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi (GU 1997, L 18, pag. 1)], quali le tariffe minime salariali, dovrebbero (…) rimanere al livello stabilito dalla legislazione nazionale o da contratti collettivi applicati in conformità del diritto dell’Unione nel contesto di tale direttiva”.
4 L’articolo 18 della direttiva 2014/24 così dispone:
“1. Le amministrazioni aggiudicatrici trattano gli operatori economici su un piano di parità e in modo non discriminatorio e agiscono in maniera trasparente e proporzionata.
La concezione della procedura di appalto non ha l’intento di escludere quest’ultimo dall’ambito di applicazione della presente direttiva né di limitare artificialmente la concorrenza. Si ritiene che la concorrenza sia limitata artificialmente laddove la concezione della procedura d’appalto sia effettuata con l’intento di favorire o svantaggiare indebitamente taluni operatori economici.
2. Gli Stati membri adottano misure adeguate per garantire che gli operatori economici, nell’esecuzione di appalti pubblici, rispettino gli obblighi applicabili in materia di diritto ambientale, sociale e del lavoro stabiliti dal diritto dell’Unione, dal diritto nazionale, da contratti collettivi o dalle disposizioni internazionali in materia di diritto ambientale, sociale e del lavoro elencate nell’allegato X”.
5 A termini dell’articolo 56, paragrafo 3, della medesima direttiva:
“Se le informazioni o la documentazione che gli operatori economici devono presentare sono o sembrano essere incomplete o non corrette, o se mancano documenti specifici, le amministrazioni aggiudicatrici possono chiedere, salvo disposizione contraria del diritto nazionale che attua la presente direttiva, agli operatori economici interessati di presentare, integrare, chiarire o completare le informazioni o la documentazione in questione entro un termine adeguato, a condizione che tale richiesta sia effettuata nella piena osservanza dei principi di parità di trattamento e trasparenza”.

Diritto italiano
6 L’articolo 83, comma 9, del decreto legislativo del 18 aprile 2016, n. 50 – Codice dei contratti pubblici [(Supplemento Ordinario alla GURI n. 91, del 19 aprile 2016), così come modificato dal decreto legislativo del 19 aprile 2017, n. 56 (Supplemento Ordinario alla GURI n. 103, del 5 maggio 2017); in prosieguo: il “codice dei contratti pubblici”], è del seguente tenore:
“Le carenze di qualsiasi elemento formale della domanda possono essere sanate attraverso la procedura di soccorso istruttorio di cui al presente comma. In particolare, in caso di mancanza, incompletezza e di ogni altra irregolarità essenziale degli elementi e del documento di gara unico europeo di cui all’articolo 85, con esclusione di quelle afferenti all’offerta economica e all’offerta tecnica, la stazione appaltante assegna al concorrente un termine, non superiore a dieci giorni, perché siano rese, integrate o regolarizzate le dichiarazioni necessarie, indicandone il contenuto e i soggetti che le devono rendere. (…)”.
7 Ai sensi dell’articolo 95, comma 10, del codice dei contratti pubblici:
“Nell’offerta economica l’operatore deve indicare i propri costi della manodopera e gli oneri aziendali concernenti l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro ad esclusione delle forniture senza posa in opera, dei servizi di natura intellettuale e degli affidamenti ai sensi dell’articolo 36, comma 2, lettera a). Le stazioni appaltanti, relativamente ai costi della manodopera, prima dell’aggiudicazione procedono a verificare il rispetto di quanto previsto all’articolo 97, comma 5, lettera d)”.

Procedimento principale e questione pregiudiziale
8 Con provvedimento del 29 settembre 2017, il Comune di Montelanico ha bandito una procedura d’appalto aperta il cui valore di mercato superava la soglia prevista all’articolo 4 della direttiva 2014/24. Il provvedimento in questione non richiamava espressamente l’obbligo incombente agli operatori di indicare nella loro offerta economica i costi della manodopera, prescritto all’articolo 95, comma 10, del codice dei contratti pubblici.
9 Sei offerenti, tra i quali figuravano la Gea Srl e la Lavorgna, hanno presentato un’offerta.
10 Dopo la scadenza del termine impartito per la presentazione delle offerte, l’amministrazione aggiudicatrice, facendo ricorso alla procedura di soccorso istruttorio di cui all’articolo 83, comma 9, del codice dei contratti pubblici, ha invitato alcuni degli offerenti, tra i quali la Gea, a indicare i loro costi della manodopera.
11 Con decisione del 22 dicembre 2017, il Comune di Montelanico ha aggiudicato l’appalto pubblico alla Gea.
12 La Lavorgna, posizionatasi al secondo posto in esito alla procedura di selezione, ha proposto un ricorso, dinanzi al giudice del rinvio, diretto, in particolare, all’annullamento della succitata decisione, sostenendo che la Gea avrebbe dovuto essere esclusa dalla procedura di gara per aver omesso di indicare, nella sua offerta, i costi della manodopera, senza possibilità di riconoscerle il beneficio della procedura di soccorso istruttorio.
13 Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Italia) ricorda che, nella sentenza del 2 giugno 2016, Pizzo (C‑27/15, EU:C:2016:404) e nell’ordinanza del 10 novembre 2016, Edra Costruzioni e Edilfac (C‑140/16, non pubblicata, EU:C:2016:868), la Corte si è pronunciata sulla questione se alcuni offerenti possano essere esclusi da una procedura di appalto pubblico per non aver precisato i costi relativi alla sicurezza sul lavoro e se una simile omissione possa essere regolarizzata a posteriori. In tale occasione, la Corte avrebbe sottolineato che, nell’ipotesi in cui una condizione per la partecipazione alla procedura di aggiudicazione, a pena di esclusione dell’offerente, non sia espressamente prevista dai documenti dell’appalto e possa essere identificata solo con un’interpretazione giurisprudenziale del diritto nazionale, l’amministrazione aggiudicatrice può accordare all’offerente escluso un termine sufficiente per regolarizzare la sua omissione.
14 Il giudice del rinvio precisa che il legislatore nazionale, quando ha adottato il codice dei contratti pubblici al fine di recepire la direttiva 2014/24 nell’ordinamento giuridico italiano, ha espressamente previsto l’obbligo per gli offerenti di indicare nell’offerta economica i propri costi della manodopera, escludendo al contempo la facoltà, per l’amministrazione aggiudicatrice, di fare ricorso alla procedura di soccorso istruttorio per invitare gli offerenti che non hanno adempiuto il medesimo obbligo a regolarizzare la loro situazione.
15 Il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio s’interroga sulla compatibilità della normativa nazionale di cui al procedimento principale con i principi generali della tutela del legittimo affidamento, della certezza del diritto e di proporzionalità, in particolare nel caso in cui, come nel procedimento di cui è investito, l’offerta economica, che non riporta l’indicazione dei costi della manodopera, sia stata redatta dall’impresa partecipante alla gara d’appalto in conformità alla documentazione all’uopo predisposta dall’amministrazione aggiudicatrice, e non sia in discussione il rispetto sostanziale delle norme relative ai costi della manodopera.
16 Il giudice del rinvio sostiene che l’applicazione della normativa nazionale in esame potrebbe comportare discriminazioni nei confronti delle imprese stabilite in altri Stati membri che volessero partecipare a un appalto bandito da un’amministrazione aggiudicatrice italiana, non potendo esse nutrire un valido e concreto affidamento sulla correttezza della modulistica predisposta dall’amministrazione aggiudicatrice.
17 Stante quanto precede, il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte la seguente questione pregiudiziale:
“Se i principi comunitari di tutela del legittimo affidamento e di certezza del diritto, unitamente ai principi di libera circolazione delle merci, di libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi, di cui al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), nonché i principi che ne derivano, come la parità di trattamento, la non discriminazione, il mutuo riconoscimento, la proporzionalità e la trasparenza, di cui alla direttiva (…) 2014/24/UE, ostino all’applicazione di una normativa nazionale, quale quella italiana derivante dal combinato disposto degli artt. 95, comma 10, e 83, comma 9, del D. Lgs. n. 50/2016, secondo la quale l’omessa separata indicazione dei costi della manodopera nelle offerte economiche di una procedura di affidamento di servizi pubblici determina, in ogni caso, l’esclusione della ditta offerente senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicazione separata non sia stato specificato nella documentazione di gara e, ancora, a prescindere dalla circostanza che, dal punto di vista sostanziale, l’offerta rispetti effettivamente i costi minimi della manodopera, in linea peraltro con una dichiarazione all’uopo resa dalla concorrente”.

Sulla questione pregiudiziale
18 Con la questione pregiudiziale posta, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se i principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, contemplati nella direttiva 2014/24, debbano essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l’esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’appalto.
19 A tale proposito, per giurisprudenza costante della Corte, da un lato, il principio di parità di trattamento impone che gli offerenti dispongano delle stesse possibilità nella formulazione dei termini delle loro offerte e implica quindi che tali offerte siano soggette alle medesime condizioni per tutti gli offerenti. Dall’altro lato, l’obbligo di trasparenza, che ne costituisce il corollario, ha come scopo quello di eliminare i rischi di favoritismo e di arbitrio da parte dell’amministrazione aggiudicatrice. L’obbligo in questione implica che tutte le condizioni e le modalità della procedura di aggiudicazione siano formulate in maniera chiara, precisa e univoca nel bando di gara o nel capitolato d’oneri, in modo che, da un lato, si permetta a tutti gli offerenti ragionevolmente informati e normalmente diligenti di comprenderne l’esatta portata e d’interpretarle allo stesso modo e, dall’altro, all’autorità aggiudicatrice di essere in grado di verificare effettivamente se le offerte degli offerenti rispondano ai criteri che disciplinano l’appalto in questione (sentenza del 2 giugno 2016, Pizzo, C‑27/15, EU:C:2016:404, punto 36 e giurisprudenza ivi citata).
20 Alla luce delle suesposte considerazioni, la Corte ha statuito che il principio della parità di trattamento e l’obbligo di trasparenza devono essere interpretati nel senso che ostano all’esclusione di un operatore economico da una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico a seguito del mancato rispetto, da parte di tale operatore, di un obbligo che non risulta espressamente dai documenti relativi a tale procedura o dal diritto nazionale vigente, bensì da un’interpretazione di tale diritto e di tali documenti nonché dal meccanismo diretto a colmare, con un intervento delle autorità o dei giudici amministrativi nazionali, le lacune presenti in tali documenti (sentenza del 2 giugno 2016, Pizzo, C‑27/15, EU:C:2016:404, punto 51; v., in tal senso, ordinanza del 10 novembre 2016, Spinosa Costruzioni Generali e Melfi, C‑162/16, non pubblicata, EU:C:2016:870, punto 32).
21 Questi stessi principi non possono invece, di norma, ostare all’esclusione di un operatore economico dalla procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico a causa del mancato rispetto, da parte del medesimo, di un obbligo imposto espressamente, a pena di esclusione, dai documenti relativi alla stessa procedura o dalle disposizioni del diritto nazionale in vigore.
22 Una simile considerazione s’impone a maggior ragione in quanto, secondo una giurisprudenza costante della Corte, nell’ipotesi in cui i documenti relativi all’appalto pubblico imponessero chiaramente taluni obblighi a pena di esclusione, l’amministrazione aggiudicatrice non può ammettere qualsiasi rettifica a omissioni concernenti i medesimi obblighi (v., per analogia, sentenze del 6 novembre 2014, Cartiera dell’Adda, C‑42/13, EU:C:2014:2345, punti 46 e 48; del 2 giugno 2016, Pizzo, C‑27/15, EU:C:2016:404, punto 49, e del 10 novembre 2016, Ciclat, C‑199/15, EU:C:2016:853, punto 30).
23 A tale riguardo, occorre aggiungere che l’articolo 56, paragrafo 3, della direttiva 2014/24 autorizza gli Stati membri a limitare i casi nei quali le amministrazioni aggiudicatrici possono chiedere agli operatori economici interessati di presentare, integrare, chiarire o completare le informazioni o la documentazione asseritamente incomplete, errate o mancanti entro un termine adeguato.
24 Infine, conformemente al principio di proporzionalità, che costituisce un principio generale del diritto dell’Unione, una normativa nazionale riguardante le procedure d’appalto pubblico finalizzata a garantire la parità di trattamento degli offerenti non deve eccedere quanto necessario per raggiungere l’obiettivo perseguito (v., in tal senso, sentenza dell’8 febbraio 2018, Lloyd’s of London, C‑144/17, EU:C:2018:78, punto 32 e giurisprudenza ivi citata).
25 Nel caso di specie, dagli elementi forniti dal giudice del rinvio emerge che l’obbligo, a pena di esclusione, di indicare separatamente i costi della manodopera discende chiaramente dal combinato disposto dell’articolo 95, comma 10, del codice dei contratti pubblici e dell’articolo 83, comma 9, del medesimo, in vigore al momento della pubblicazione del bando di gara oggetto del procedimento principale. Sulla scorta dell’articolo 56, paragrafo 3, della direttiva 2014/24, il legislatore italiano ha deciso, all’articolo 83, comma 9, del succitato codice, di escludere dalla procedura di soccorso istruttorio, in particolare, l’ipotesi in cui le informazioni mancanti riguardino i costi della manodopera.
26 Inoltre, sebbene il giudice del rinvio rilevi che il bando di gara di cui al procedimento principale non richiamava espressamente l’obbligo incombente ai potenziali offerenti, previsto all’articolo 95, comma 10, del codice dei contratti pubblici, di indicare, nell’offerta economica, i loro costi della manodopera, dagli elementi del fascicolo di cui dispone la Corte risulta tuttavia che il bando in parola specificava che, “[p]er quanto non espressamente previsto nel presente bando, nel capitolato e nel disciplinare di gara si applicano le norme del [codice dei contratti pubblici]”.

27 Ne consegue che qualsiasi offerente ragionevolmente informato e normalmente diligente era, in linea di principio, in grado di prendere conoscenza delle norme pertinenti applicabili alla procedura di gara di cui al procedimento principale, incluso l’obbligo di indicare nell’offerta economica i costi della manodopera.
28 Da quanto precede deriva dunque che i principi della parità di trattamento e di trasparenza non ostano a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione dei costi della manodopera comporta l’esclusione dell’offerente interessato senza possibilità di ricorrere alla procedura di soccorso istruttorio, anche in un caso in cui il bando di gara non richiamasse espressamente l’obbligo legale di fornire detta indicazione.
29 Tuttavia, dalle osservazioni scritte sottoposte alla Corte dalla Gea emerge che il modulo predisposto che gli offerenti della gara d’appalto di cui al procedimento principale dovevano obbligatoriamente utilizzare non lasciava loro alcuno spazio fisico per l’indicazione separata dei costi della manodopera. In più, il capitolato d’oneri relativo alla medesima gara d’appalto precisava che gli offerenti non potevano presentare alcun documento che non fosse stato specificamente richiesto dall’amministrazione aggiudicatrice.
30 Spetta al giudice del rinvio, che è il solo competente a statuire sui fatti della controversia principale e sulla documentazione relativa al bando di gara in questione, verificare se per gli offerenti fosse in effetti materialmente impossibile indicare i costi della manodopera conformemente all’articolo 95, comma 10, del codice dei contratti pubblici e valutare se, di conseguenza, tale documentazione generasse confusione in capo agli offerenti, nonostante il rinvio esplicito alle chiare disposizioni del succitato codice.
31 Nell’ipotesi in cui lo stesso giudice accertasse che effettivamente ciò è avvenuto, occorre altresì aggiungere che, in tal caso, in considerazione dei principi della certezza del diritto, di trasparenza e di proporzionalità, l’amministrazione aggiudicatrice può accordare a un simile offerente la possibilità di sanare la sua situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla legislazione nazionale in materia entro un termine stabilito dalla stessa amministrazione aggiudicatrice (v., in tal senso, sentenza del 2 giugno 2016, Pizzo, C‑27/15, EU:C:2016:404, punto 51, e ordinanza del 10 novembre 2016, Spinosa Costruzioni Generali e Melfi, C‑162/16, non pubblicata, EU:C:2016:870, punto 32).
32 Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla questione pregiudiziale posta dichiarando che i principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, contemplati nella direttiva 2014/24, devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l’esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d’appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i principi di trasparenza e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che essi non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall’amministrazione aggiudicatrice.

Sulle spese

33 Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Nona Sezione) dichiara:

I principi della certezza del diritto, della parità di trattamento e di trasparenza, quali contemplati nella direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sugli appalti pubblici e che abroga la direttiva 2004/18/CE, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano a una normativa nazionale, come quella oggetto del procedimento principale, secondo la quale la mancata indicazione separata dei costi della manodopera, in un’offerta economica presentata nell’ambito di una procedura di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta l’esclusione della medesima offerta senza possibilità di soccorso istruttorio, anche nell’ipotesi in cui l’obbligo di indicare i suddetti costi separatamente non fosse specificato nella documentazione della gara d’appalto, sempreché tale condizione e tale possibilità di esclusione siano chiaramente previste dalla normativa nazionale relativa alle procedure di appalti pubblici espressamente richiamata in detta documentazione. Tuttavia, se le disposizioni della gara d’appalto non consentono agli offerenti di indicare i costi in questione nelle loro offerte economiche, i principi di trasparenza e di proporzionalità devono essere interpretati nel senso che essi non ostano alla possibilità di consentire agli offerenti di sanare la loro situazione e di ottemperare agli obblighi previsti dalla normativa nazionale in materia entro un termine stabilito dall’amministrazione aggiudicatrice.

Criticità della funzione di RUP quale progettista, verificatore, validatore e direttore dei lavori o dell’esecuzione: atto di segnalazione ANAC

Inviato a Governo e Parlamento l’Atto di segnalazione dell’ANAC n. 5/2019 concernente possibili criticità relative alla funzione di RUP quale progettista, verificatore, validatore del progetto e direttore dei lavori o dell’esecuzione.
In particolare, con la segnalazione si indicano possibili interventi normativi tesi a superare delle criticità e difetti di coordinamento di talune disposizioni del Codice, in un’ottica di semplificazione delle procedure di affidamento, per quanto concerne i cosiddetti servizi tecnici.

 

 

1. Premessa

Nell’esercizio del potere di  segnalazione di cui all’art. 213, comma 3, lett. d), del  decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (di seguito, “Codice”)  l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) intende formulare alcune  proposte di modifica normativa, con particolare riferimento ai possibili  incarichi di progettazione, verifica della progettazione e validazione che  possono essere assegnati al responsabile unico del procedimento (RUP).
In particolare, con la presente  segnalazione si indicano possibili interventi normativi tesi a superare delle  criticità e difetti di coordinamento di talune disposizioni del Codice, in  un’ottica di semplificazione delle procedure di affidamento, per quanto  concerne i cosiddetti servizi tecnici.

2. Il quadro normativo di riferimento

L’art. 31 del Codice disciplina il  ruolo e le funzioni del RUP. In particolare, il comma 3, stabilisce che: «Il  RUP, ai sensi della legge 7 agosto 1990, n. 241, svolge tutti i compiti  relativi alle procedure di programmazione, progettazione, affidamento ed  esecuzione previste dal presente codice, che non siano specificatamente  attribuiti ad altri organi o soggetti.». 
Il successivo comma 5,  nell’elencare il contenuto delle Linee guida ANAC (vincolanti), stabilisce a  sua volta che: «L’ANAC con proprie linee guida, da adottare entro novanta  giorni dall’entrata in vigore del presente codice, definisce una disciplina di  maggiore dettaglio sui compiti specifici del RUP, sui presupposti e sulle  modalità di nomina, nonché sugli ulteriori requisiti di professionalità  rispetto a quanto disposto dal presente codice, in relazione alla complessità  dei lavori. Con le medesime linee guida sono determinati, altresì, l’importo  massimo e la tipologia dei lavori, servizi e forniture per i quali il RUP può  coincidere con il progettista, con il direttore dei lavori o con il direttore  dell’esecuzione». 
Dal combinato disposto di queste due  norme, emerge chiaramente come il RUP, se in possesso dei necessari requisiti,  per affidamenti di importo ridotto possa svolgere la funzione di progettista,  oltre che di direttore dei lavori o dell’esecuzione.
L’art. 26 del Codice è, invece,  dedicato all’attività di verifica preventiva (e validazione) dei progetti. Si  tratta di un corpo normativo molto più snello e sintetico rispetto a quello  previsto dal previgente quadro regolamentare1. In  particolare:

  1. il comma 3 prevede che la verifica  sia effettuata in contraddittorio con il progettista;
  2. il comma 4 indica che nell’oggetto  della verifica vi debba essere anche l’accertamento della completezza della  progettazione;
  3. il comma 6 prevede che «per i  lavori di importo inferiore a un milione di euro, la verifica è effettuata dal  responsabile unico del procedimento, anche avvalendosi della struttura» di  supporto;
  4. il comma 7 indica che «lo  svolgimento dell’attività di verifica è incompatibile con lo svolgimento, per  il medesimo progetto, dell’attività di progettazione, del coordinamento della  sicurezza della stessa, della direzione lavori e del collaudo»;
  5. il comma 8 prevede: «La validazione  del progetto posto a base di gara è l’atto formale che riporta gli esiti della  verifica. La validazione è sottoscritta dal responsabile del procedimento e fa  preciso riferimento al rapporto conclusivo del soggetto preposto alla verifica  ed alle eventuali controdeduzioni del progettista. Il bando e la lettera di  invito per l’affidamento dei lavori devono contenere gli estremi dell’avvenuta  validazione del progetto posto a base di gara».

3. Motivi della segnalazione e proposta di modifica normativa

Sulla base delle norme sopra  citate, emergono evidenti contraddizioni tra gli articoli 26 e 31 del Codice  che, almeno da un punto di vista formale, rendono gli stessi difficilmente  attuabili e che non possono essere completamente superate dalle indicazioni fornite  in atti di soft law. Le  contraddizioni riguardano gli affidamenti di lavori di importo minore, quelli  inferiori ad un milione di euro, ovvero quei lavori che, secondo quanto  previsto dagli artt. 37 e 38 del Codice (ancora non attuati), potrebbero essere  affidati anche da stazioni appaltanti con un livello di qualificazione non  elevato, ovvero caratterizzate da una ridotta struttura stabile dedicata alle  procedure di affidamento.
L’art. 26 del Codice, a differenza  di quanto contenuto negli artt. 47 e 48 del D.P.R. 207/2010 (abrogati con  l’entrata in vigore del d.lgs. 50/2016), prevede che sotto il milione di euro  non vi siano alternative al RUP per l’attività di verifica. L’attività di  verifica, si ricorda, per espressa previsione del Codice, è incompatibile con  quella di progettazione e direzione dei lavori (o dell’esecuzione).
Tuttavia, il successivo art. 31  prevede espressamente tra i compiti che possono essere affidati al RUP quelli  di progettazione e di direzione dei lavori (e dell’esecuzione) per affidamenti  di importo limitato, rimandando ad ANAC il compito di fissare l’importo massimo  per tali attività. Poiché fino a un milione di euro il RUP deve svolgere la  funzione di verificatore ne deriva che fino a quell’importo lo stesso non possa  mai svolgere le funzioni di progettista o di direttore dei lavori (o  dell’esecuzione), svuotando di contenuto la previsione di cui all’art. 31 del  Codice. L’ANAC nelle proprie linee guida n. 3, per superare l’impasse, ha  stabilito una soglia di 1,5 milioni per le attività di progettazione e di  direzione dei lavori. Si tratta, però, di una soluzione che produce esiti  peculiari, rendendo di fatto possibile lo svolgimento delle funzioni di  progettista o di direttore dei lavori per interventi di importo compreso tra un  milione e un milione e mezzo di euro, senza superare la preclusione della  coincidenza delle figure per gli affidamenti di importo fino ad un milione di  euro per i quali sarebbe maggiormente giustificata una semplificazione  procedurale.  
Si pone, pertanto, la necessità di  coordinare da un punto di vista normativo le previsioni contenute nell’art. 26  del Codice con quelle contenute nel successivo art. 31 dello stesso.
Sotto un diverso profilo, si  osserva che l’art. 26, al comma 8, assegna al RUP il compito di sottoscrivere  la validazione del progetto, atto formale che riporta gli esiti della verifica  e fa specifico riferimento (e, quindi, ne tiene conto) al rapporto conclusivo  del verificatore e alle eventuali controdeduzioni del progettista. In questo caso,  non è indicato alcun limite di importo e, quindi, si tratta di un’attività che  deve essere sempre svolta dal RUP. A differenza di quanto previsto nel  previgente quadro normativo, il Codice non indica cosa accada nel momento in  cui si crea una divergenza di opinioni tra verificatore e progettista, non  ritenendo ammissibile che l’atto di validazione del progetto, essendo la  validazione un elemento essenziale della lex  specialis di gara, possa contenere una tale divergenza non sanata.
L’art.  26, comma 8, del Codice, infatti, riproduce letteralmente i commi 1 e 3  dell’art. 55 del D.P.R. 207/2010, ma non il comma 2 che prevedeva: «In caso di  dissenso del responsabile del procedimento rispetto agli esiti delle verifiche  effettuate, l’atto formale di validazione o mancata validazione del progetto  deve contenere, oltre a quanto previsto al comma 1, specifiche motivazioni. In  merito la stazione appaltante assume le necessarie decisioni secondo quanto  previsto nel proprio ordinamento». 
Peraltro, se il validatore deve  comporre eventuali conflitti sorti tra verificatore e progettista ne dovrebbe  conseguire che il soggetto che valida il progetto sia distinto da quello che ha  realizzato la progettazione e da quello che ha proceduto alla successiva  verifica. 
In sostanza, andrebbero chiarite  anche in questo caso le eventuali incompatibilità del validatore e i casi in  cui il validatore può eventualmente coincidere con il verificatore o, al  limite, con il progettista.

Il  soggetto incaricato dell’attività di progettazione

Come precedentemente rappresentato,  l’art. 26, al comma 6, individua tassativamente i soggetti che possono svolgere  le attività di verifica della progettazione. In particolare, è previsto che:
«L’attività di verifica è  effettuata dai seguenti soggetti:

  1. per i lavori di importo pari o  superiore a venti milioni di euro, da organismi di controllo accreditati ai  sensi della norma europea UNI CEI EN ISO/IEC 17020;
  2. per i lavori di importo inferiore a  venti milioni di euro e fino alla soglia di cui all’articolo 35, dai soggetti  di cui alla lettera a) e di cui all’articolo 46, comma 1, che dispongano di un  sistema interno di controllo della qualità;
  3. per i lavori di importo inferiore  alla soglia di cui all’articolo 35 e fino a un milione di euro, la verifica può  essere effettuata dagli uffici tecnici delle stazioni appaltanti ove il  progetto sia stato redatto da progettisti esterni o le stesse stazioni  appaltanti dispongano di un sistema interno di controllo di qualità ove il  progetto sia stato redatto da progettisti interni;
  4. per i lavori di importo inferiore a  un milione di euro, la verifica è effettuata dal responsabile unico del  procedimento, anche avvalendosi della struttura di cui all’articolo 31, comma 9».

I primi 3 punti sono  sostanzialmente in linea con quanto indicato nel previgente quadro  regolamentare, anche se le locuzioni che cominciano con «e fino a», contenute  nei punti b) e c), potrebbero lasciare intendere che ai soggetti individuati in  tali punti non possono essere affidati incarichi di verifica della  progettazione di importo inferiore alle soglie stesse. Sarebbe, quindi,  opportuno eliminare la locuzione «e fino alla soglia di cui all’articolo 35» alla  lett. b) e la locuzione «e fino a un milione di euro» alla lett. c), o nel caso  non si ritenga opportuno sostituirle almeno con quelle più corrette che  cominciano con «pari o superiore a».
I problemi maggiori si incontrano  con la lettera d) che – dal tenore letterale della norma e con le limitazioni  introdotte nei precedenti punti b) e c) – sembrerebbe riservare esclusivamente  al RUP l’attività di verifica per i lavori di importo inferiore a un milione di  euro. Con il previgente quadro normativo, l’Autorità aveva indicato che tale  attività poteva essere svolta oltre che dal RUP, se non aveva svolto le  attività di progettazione, dagli uffici tecnici della stazione appaltante anche  non dotati di un sistema interno di controllo della qualità e dai soggetti che  potevano svolgere l’attività fino a venti milioni di euro, che sono esentati  dal possesso della certificazione di qualità (determinazione n. 4 del 25  febbraio 2015, schematizzazione ripresa di fatto nelle Linee guida n. 1).  Sembrerebbe opportuno mantenere la possibilità di ricorrere a soggetti distinti  dal RUP per l’attività di verifica relativa a lavori di importo fino a un  milione di euro; ciò al fine di permettere allo stesso di svolgere anche  l’attività di progettazione, così come previsto dal Codice all’art. 31.
Per superare tali criticità, si  ritiene opportuno modificare il testo dell’art. 26, comma 6, del Codice nel  seguente modo:
«L’attività di verifica è  effettuata dai seguenti soggetti:

  1. per i lavori di importo pari o  superiore a venti milioni di euro, da organismi di controllo accreditati ai  sensi della norma europea UNI CEI EN ISO/IEC 17020;
  2. per i lavori di importo inferiore a  venti milioni di euro e fino alla soglia di cui all’articolo 35, dai  soggetti di cui alla lettera a) e di cui all’articolo 46, comma 1, che  dispongano di un sistema interno di controllo della qualità;
  3. per i lavori di importo inferiore  alla soglia di cui all’articolo 35 e fino a un milione di euro, la  verifica può essere effettuata anche dagli uffici tecnici delle stazioni appaltanti ove il progetto sia stato  redatto da progettisti esterni o le stesse stazioni appaltanti dispongano di un  sistema interno di controllo di qualità ove il progetto sia stato redatto da  progettisti interni;
  4. per i lavori di importo inferiore a  un milione di euro, la verifica può essere effettuata anche dal responsabile unico del procedimento, sempreché non abbia svolto le funzioni di progettista, anche  avvalendosi della struttura di cui all’articolo 31, comma 9».

In tal modo dovrebbe essere chiaro che  sotto al milione di euro le stazioni appaltanti dispongono di un’ampia  possibilità di scelta dei soggetti cui affidare l’attività di verifica. L’introduzione  delle modifiche suggerite non farebbe altro che confermare il comportamento  attualmente seguito dalle stazioni appaltanti e delineato nelle Linee guida n.  1 dell’Autorità. 
Rispetto al previgente quadro  normativo, non sarebbe più permesso ai soggetti di cui all’art. 46, comma 1, di  effettuare l’attività di verifica per i lavori di importo inferiore se privi di  un sistema interno di controllo della qualità. Si rimette alla valutazione del  legislatore la scelta se introdurre questa ulteriore possibilità.

L’attività  di validazione

Come già evidenziato, l’attuale  comma 8 dell’art. 26 del Codice, con la soppressione della previsione contenuta  nell’art. 55, comma 2, del D.P.R. 207/2010, sembra aver voluto ridimensionare  la funzione di validazione del progetto. Tuttavia, nel Codice non è chiarito  come debbano essere risolti eventuali conflitti tra verificatore e progettista.  Considerato che il RUP è un soggetto dotato di adeguate competenze  professionali sembrerebbe opportuno valutare l’opportunità di reintrodurre la  previsione normativa contenuta nell’art. 55, comma 2, del D.P.R. 207/2010 o  previsioni analoghe.   
Sotto un diverso profilo, attesa l’importanza  dell’attività di validazione, l’Autorità nelle Linee guida n. 3, relative al  ruolo e alle funzioni del RUP, ha indicato l’incompatibilità della funzione di  validatore con quella di progettista. Tuttavia, sul punto sembrerebbe opportuna  una esplicita indicazione normativa, soprattutto nel senso di definire se l’incompatibilità  riguarda l’attività di verifica e di validazione che, sotto al milione di euro,  sono affidate entrambe al RUP, oppure l’attività di validazione e quella di  progettazione. 
Nel primo caso (incompatibilità tra  verifica e validazione), si potrebbe ritenere che, considerati i ridotti  importi delle attività inerenti alla progettazione, le attività di verifica e  di validazione potrebbero coincidere, mentre sopra al milione di euro il  problema non si pone essendo le due attività affidate a soggetti diversi. Più  complesso è il secondo caso (incompatibilità dell’attività di validazione con quella  di progettazione), nel quale verrebbe meno l’alterità soggettiva necessaria a  garantire la neutralità e l’imparzialità di giudizio nell’attività di  controllo.
Nel segnalare quindi una modifica  normativa finalizzata a chiarire i rapporti tra le varie figure, si evidenzia  l’opportunità di prevedere una specifica preclusione a svolgere il ruolo di  validatore per il RUP che abbia svolto l’attività di progettazione.

              Il  Presidente
              Raffaele Cantone

Approvato  dal Consiglio nella seduta del 26 marzo 2019

1 L’art. 112 conteneva una disciplina di principio  sull’attività di verifica e rinviava per la normativa di dettaglio al  Regolamento. Il Regolamento, a sua volta, dedicava alle attività di verifica e  validazione la parte II, Titolo II, Capo II, ovvero gli articoli 44-59. Il  Codice ha abrogato interamente le disposizioni contenute nel Regolamento e non  ha previsto alcun atto regolatorio (decreto ministeriale o linee guida) che ne disciplinasse  la materia.

PassOE – Soccorso istruttorio – Limiti – Soltanto se la registrazione ad AVCPass è avvenuta prima della scadenza del termine di partecipazione (art. 83 d.lgs. n. 50/2016)

TAR Milano, 30.04.2019 n. 970

Lo AVCPASS – Authority Virtual Company Passport – è un sistema per la verifica online dei requisiti per la partecipazione alle procedure di affidamento, il quale consente alle stazioni appaltanti, attraverso un’interfaccia web, l’acquisizione della documentazione relativa ai concorrenti, comprovante il possesso dei requisiti di partecipazione alle procedure di affidamento.
Gli operatori economici, effettuata la registrazione al servizio AVCPASS, tramite un’area dedicata inseriscono a sistema i documenti relativi alla dimostrazione del possesso dei requisiti di capacità economico finanziaria e tecnico professionale che sono nella loro esclusiva disponibilità: gli stessi operatori possono poi utilizzare tali documenti per tutte le successive procedure di affidamento alle quali partecipino.
Gli operatori registrati, individuata la procedura di affidamento cui intendono partecipare, ottengono dal sistema un “PASSOE” (cioè un documento il quale attesta che l’operatore economico può essere verificato tramite AVCPASS, in relazione a quella determinata procedura) da inserire nella busta contenente la documentazione amministrativa.
Ebbene, in specie, come rilevato dall’Amministrazione resistente e anche dal controinteressato (…), l’esclusione di parte ricorrente non discende tanto dalla mancata presentazione del documento costituito dal PassOE, quanto dall’insussistenza, al momento di presentazione della domanda di partecipazione, della stessa registrazione AVCPASS presso il portale ANAC (…).
Così, non pare conferente il richiamo all’art. 83, IX comma, del d. lgs. 150/2016, per il quale “le carenze di qualsiasi elemento formale della domanda possono essere sanate attraverso la procedura di soccorso istruttorio”, mediante assegnazione di un termine “perché siano rese, integrate o regolarizzate le dichiarazioni necessarie, indicandone il contenuto e i soggetti che le devono rendere”.
La registrazione AVCPASS non costituisce tanto una dichiarazione, quanto una procedura articolata, e la sua omissione rappresenta un’irregolarità essenziale e insanabile: invero, se “il PassOE può essere prodotto pure in seguito (in particolare, in esito alla procedura del soccorso istruttorio)”, ciò è possibile “purché il prerequisito fondamentale (cioè la registrazione presso i servizi informatici dell’Anac, AVCpass) sia stato perfezionato. In caso contrario, ossia di registrazione non completata prima della scadenza del termine per partecipare alla gara, non si ravvisano margini per procedere al soccorso istruttorio, perché non si tratta più di rendere ex novo, ovvero di integrare o regolarizzare ex post, una dichiarazione, ma, viceversa, di adempiere tardivamente ad un obbligo di legge (cfr. TAR Palermo, 15 gennaio 2016, n. 150.)” (così TAR Roma, III, 6 novembre 2017, n. 11031).

Soglia di anomalia – Invarianza – Individuazione del momento di applicazione – Orientamenti contrapposti – Specificazioni (art. 95 d.lgs. n. 50/2016.)

TAR Roma, 29.04.2019 n. 5385

Parimenti infondato è il secondo mezzo di gravame, riguardante la (ri)determinazione della soglia di anomalia operata dal Presidente del seggio di gara, che avrebbe dovuto condurre, secondo la tesi di parte ricorrente, all’aggiudicazione della procedura di gara in suo favore. (…) Il Commissario straordinario (…) ha ritenuto, facendo applicazione del principio di cui all’art. 95, comma 15, del d.lgs. n.50/2016, che la nuova determinazione della soglia ivi presente non potesse rilevare ai fini dell’aggiudicazione.

Occorre rammentare che secondo la citata disposizione: “Ogni variazione che intervenga, anche in conseguenza di una pronuncia giurisdizionale, successivamente alla fase di ammissione, regolarizzazione o esclusione delle offerte non rileva ai fini del calcolo di medie nella procedura, né per l’individuazione della soglia di anomalia delle offerte”.

Ora, il verbale dell’8 agosto 2018 reca una nuova determinazione della soglia di anomalia, che è stata effettuata quando tutte le offerte delle ditte partecipanti erano state ammesse alla procedura (…) Dalla lettura del verbale del 7 agosto 2018 si evince anche che era stato scrutinato il contenuto delle offerte ammesse ed era stata individuata quale migliore offerta, previo calcolo della soglia di anomalia, quella della ditta (ricorrente).

Dunque, la rideterminazione della soglia è intervenuta quando il seggio di gara aveva già deciso di ammettere tutte le imprese alla gara ed aveva espressamente dichiarato che risultava aggiudicataria la società controinteressata.

Il Collegio è consapevole dell’esistenza di due contrapposti orientamenti, formatisi fin dall’introduzione del principio di “intangibilità della soglia” ad opera art. 38, comma 2-bis, del d.lgs. n. 163/2006, circa l’individuazione del momento in cui tale principio inizia ad operare. Mentre per un primo orientamento, di portata più restrittiva, la norma si applicherebbe solo nell’ipotesi in cui sia intervenuta l’aggiudicazione “definitiva” e non anche quando sia stata adottata la sola aggiudicazione provvisoria – ovvero, alla stregua delle previsioni del d.lgs. n. 50/2016, la “proposta di aggiudicazione” (CGA, 11 gennaio 2017, n. 14; 22 dicembre 2015, n. 740; Cons. Stato, V, 16 marzo 2016, n. 1052) – per un secondo orientamento, alla luce delle finalità perseguite dal principio in questione, non vi sarebbero ragioni per differenziare la situazione in cui la soglia è variata a seguito della aggiudicazione provvisoria rispetto a quella in cui la rideterminazione è intervenuta all’esito della aggiudicazione definitiva (Cons. Stato, sez. V, 23 febbraio 2017, n. 847).

Il Collegio ritiene di aderire a questo secondo indirizzo giurisprudenziale, tenuto conto che il meccanismo in questione è stato introdotto con il fine di assicurare stabilità agli esiti finali dei procedimenti di gara, garantendo una maggiore celerità della procedura ed evitando possibili contenziosi in cui, una volta noti i ribassi offerti e quindi gli effetti delle rispettive offerte sulle medie e sulla soglia di anomalia, fosse comunque possibile rimettere in discussione la scelta della offerta migliore, attraverso una indiretta modifica della platea dei concorrenti.

Dunque, alla luce della finalità perseguita dalla norma, del suo tenore letterale (che riconnette l’effetto di cristallizzazione della soglia alla “fase di ammissione” e non anche alla “aggiudicazione” della gara) e della esigenza di evitarne applicazioni strumentali, sempre possibili qualora la platea dei partecipanti e il contenuto delle relative offerte sia già noto, deve ritenersi che il principio di “invarianza della soglia” debba trovare applicazione quando, come nel caso in esame, uno dei concorrenti risulta destinatario di una proposta di aggiudicazione e la stazione appaltante aveva già deliberato in ordine alla ammissione/esclusione dei partecipanti alla gara.

Linee Guida ANAC n. 4 sui contratti “sotto soglia” (aggiornamento): parere CdS

Consiglio di Stato, sez. cons. atti norm., 30.04.2019  n. 1312 

Il Consiglio di Stato ha reso il parere sullo schema di Linee Guida Anac sulle procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria

NUMERO AFFARE 00424/2019

OGGETTO:

Autorità nazionale anticorruzione.

Linee guida n. 4, denominate «Linee guida – Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici».

LA SEZIONE

Vista la nota di trasmissione prot. n. 21493 in data 14/03/2019 con la quale l’Autorità nazionale anticorruzione ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull’affare consultivo in oggetto;

Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Vincenzo Neri;

1. La richiesta dell’Autorità nazionale anticorruzione.

L’Autorità nazionale anticorruzione, con la nota in epigrafe indicata, ha trasmesso lo schema di linee guida n. 4 – denominate «Linee guida – Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici», elaborate con delibera n. 206 del 1 marzo 2018 – riferendo che si è reso necessario un intervento di aggiornamento a seguito dell’avvio della procedura di infrazione sulle opere di urbanizzazione a scomputo e delle modifiche normative sopravvenute.

L’ANAC riferisce, altresì, che la Commissione Europea ha segnalato un possibile contrasto del paragrafo 2.2 delle Linee guida in esame con l’articolo 5, paragrafo 8 della direttiva 2014/24/UE nella parte in cui sembra ammettere che, in caso di esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di tipo funzionale, ammessa dall’articolo 16, comma 2 bis del decreto del Presidente della Repubblica n.380/2001 per importi di rilievo infracomunitario, il valore di tali opere, appaltabile in deroga alle procedure di evidenza pubblica regolate dal Codice dei contratti pubblici, possa essere determinato senza tenere conto del valore complessivo delle opere di urbanizzazione (ossia escludendo anche le restanti opere di urbanizzazione – secondaria, e primaria non funzionali).

Espone che è emersa, altresì, l’esigenza di operare ulteriori modifiche/integrazioni alle Linee guida in esame nella parte relativa all’esclusione automatica delle offerte anomale. L’articolo 97, comma 8, del codice dei contratti pubblici stabilisce che per lavori, servizi e forniture, quando il criterio di aggiudicazione è quello del prezzo più basso e comunque per importi inferiori alle soglie di cui all’articolo 35, la stazione appaltante può prevedere nel bando l’esclusione automatica delle offerte che presentino un ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia. Per l’Autorità, secondo l’orientamento della Corte di Giustizia europea, i principi comunitari vietano l’esclusione automatica delle offerte anormalmente basse nei contratti sotto-soglia che abbiano carattere transfrontaliero certo. L’Autorità riferisce poi che la Commissione Europea, sulla base delle sentenze emesse nelle cause C-318/15, C-147/06 e C-148/06, ha contestato all’Italia la possibile violazione della normativa comunitaria, in quanto l’articolo 97, comma 8, del codice dei contratti pubblici si applica indiscriminatamente a tutti gli affidamenti sotto-soglia, indipendentemente dall’esistenza di un interesse transfrontaliero certo. Inoltre, la Commissione ha ritenuto insufficiente il limite di dieci offerte valide per poter giustificare il ricorso all’esclusione automatica. L’ANAC espone infine che, per tale ragione, in sede di revisione delle Linee guida, ha ritenuto di poter fornire un’interpretazione comunitariamente orientata della norma, nonché indicazioni interpretative, sulla base delle citate sentenze della Corte, al fine di individuare gli indicatori dell’interesse transfrontaliero certo.

Riferisce, in ultimo, che si è reso necessario adeguare le linee guida in esame alle novità introdotte dalla legge 30 dicembre 2018, n. 145, articolo 1, comma 912.

2. Il d.l. 18 aprile 2019, n. 32 c.d. sblocca-cantieri. Dopo l’invio della richiesta di parere, è stato pubblicato il d.l. 18 aprile 2019 n. 32, c.d. decreto sblocca-cantieri nella gazzetta ufficiale 18 aprile 2019, n. 32.

Qualora tale decreto dovesse essere convertito, verranno introdotte numerose, e consistenti, modifiche al Codice dei Contratti pubblici. Per quanto di interesse in questa sede, il decreto legge in questione novella l’articolo 36 Codice dei Contratti pubblici e, più in generale, ripensa il ruolo delle linee guida Anac perché, attraverso l’introduzione dell’articolo 216, comma 27 octies e la modifica delle norme del Codice dei contratti che le prevedono, l’esecuzione, l’attuazione e l’integrazione del codice sono affidate ad un regolamento unico.

Naturalmente non è possibile prevedere se il decreto verrà convertito o meno e se verrà convertito nel suo testo attuale o con modifiche, tuttavia reputa la Sezione che su alcune delle richieste formulate dall’ANAC possa essere comunque reso parere anche in considerazione del fatto che le linee guida rimarranno “in vigore o efficaci” sino alla data di entrata in vigore del regolamento in questione.

3. Appalti sotto-soglia di interesse transfrontaliero.

3.1.Inquadramento di carattere sistematico. In via generale, occorre rilevare che le procedure specifiche previste dalle direttive comunitarie si applicano soltanto ai contratti il cui valore supera la soglia prevista espressamente nelle direttive stesse (Corte di Giustizia, ordinanza 3 dicembre 2001, causa C-59/00, Vestergaard). Pertanto, in via di massima, gli Stati non sono obbligati a rispettare le disposizioni contenute nelle direttive per gli appalti il cui valore non raggiunge la soglia fissata da queste ultime (v., in tal senso, Corte di Giustizia, sentenza 21 febbraio 2008, causa C-412/04, punto 65). Ciò non significa tuttavia che questi ultimi appalti siano del tutto esclusi dall’ambito di applicazione del diritto comunitario (ancora Corte di Giustizia, ordinanza 3 dicembre 2001, causa C-59/00, punto 19): infatti, conformemente alla giurisprudenza costante della Corte di Giustizia, per quanto concerne l’aggiudicazione degli appalti che, in considerazione del loro valore, non sono soggetti alle procedure previste dalle norme comunitarie, le amministrazioni aggiudicatrici sono cionondimeno tenute a rispettare le norme fondamentali e i principi generali del Trattato FUE e, in particolare, il principio di parità di trattamento e il principio di non discriminazione in base alla nazionalità (Corte di Giustizia, ordinanza 3 dicembre 2001, causa C-59/00, punti 20 e 21; Corte di Giustizia, sentenza 20 ottobre 2005, causa C-264/03, punto 32; Corte di Giustizia, 14 giugno 2007, causa C-6/05, punto 33) nonché l’obbligo di trasparenza che ne deriva.

L’applicazione delle norme fondamentali e dei principi generali del Trattato alle procedure di aggiudicazione degli appalti di valore inferiore alla soglia comunitaria è dunque imposta quando gli appalti in questione presentino un interesse transfrontaliero certo (Corte di Giustizia, sentenza 13 novembre 2007, causa C-507/03, punto 29).

Un appalto di lavori può, ad esempio, presentare interesse transfrontaliero in ragione del suo valore stimato, in relazione alla propria tecnicità o all’ubicazione dei lavori in un luogo idoneo ad attrarre l’interesse di operatori esteri.

Per la Corte di Giustizia, “spetta in linea di principio all’amministrazione aggiudicatrice interessata valutare, prima di definire le condizioni del bando di appalto, l’eventuale interesse transfrontaliero di un appalto il cui valore stimato è inferiore alla soglia prevista dalle norme comunitarie, fermo restando che tale valutazione può essere oggetto di controllo giurisdizionale” (Corte di Giustizia, 15 maggio 2008, C. 147/06). Tuttavia, prosegue la Corte, “ una normativa può certamente stabilire, a livello nazionale o locale, criteri oggettivi che indichino l’esistenza di un interesse transfrontaliero certo. Tali criteri potrebbero sostanziarsi, in particolare, nell’importo di una certa consistenza dell’appalto in questione, in combinazione con il luogo di esecuzione dei lavori. Si potrebbe altresì escludere l’esistenza di un tale interesse nel caso, ad esempio, di un valore economico molto limitato dell’appalto in questione (v., in tal senso, sentenza 21 luglio 2005, causa C-231/03, Coname, Racc. pag. I-7287, punto 20). È tuttavia necessario tenere conto del fatto che, in alcuni casi, le frontiere attraversano centri urbani situati sul territorio di Stati membri diversi e che, in tali circostanze, anche appalti di valore esiguo possono presentare un interesse transfrontaliero certo” (ancora Corte di Giustizia, 15 maggio 2008, C. 147/06).

Se l’appalto sotto-soglia presenta interesse transfrontaliero, la costante giurisprudenza della Corte reputa contrario al diritto eurounitario l’esclusione automatica delle offerte sospettate di anomalia.

3.2. Il più recente intervento della Corte di Giustizia. Di recente la Corte di Giustizia ha affermato che “per quanto riguarda i criteri oggettivi atti a indicare l’esistenza di un interesse transfrontaliero certo … [questi] potrebbero sostanziarsi, in particolare, nell’importo di una certa consistenza dell’appalto in questione, in combinazione con il luogo di esecuzione dei lavori o, ancora, nelle caratteristiche tecniche dell’appalto e nelle caratteristiche specifiche dei prodotti in causa. A tal riguardo, si può altresì tenere conto dell’esistenza di denunce presentate da operatori ubicati in altri Stati membri, purché sia accertato che queste ultime sono reali e non fittizie” (Corte di Giustizia, 6 ottobre 2016, n. 318).

3.3. Le modifiche da apportare al punto 1.5.

Effettuata tale premessa, per la Sezione, il punto 1.5 dello schema di linee guida deve essere modificato per:

a) chiarire meglio che il luogo in cui si trova la stazione appaltante può avere rilievo ai fini della sussunzione dell’appalto tra quelli di interesse transfrontaliero, come già specificato dalla sentenza della Corte di Giustizia 15 maggio 2008, C. 147/06;

b) per specificare in modo netto quali regole si applicano, una volta definito l’appalto sotto-soglia come di interesse transfrontaliero.

Il punto 1.5. va, dunque, così modificato: «Le stazioni appaltanti verificano se per un appalto o una concessione di dimensioni inferiori alle soglie di cui all’articolo 35 del Codice dei contratti pubblici vi sia un interesse transfrontaliero certo in conformità ai criteri elaborati dalla Corte di Giustizia. Tale condizione non può essere ricavata, in via ipotetica, da taluni elementi che, considerati in astratto, potrebbero costituire indizi in tal senso, ma deve risultare in modo chiaro da una valutazione concreta delle circostanze dell’appalto in questione quali, a titolo esemplificativo, l’importo dell’appalto, in combinazione con il luogo di esecuzione dei lavori o, ancora, le caratteristiche tecniche dell’appalto e le caratteristiche specifiche dei prodotti in causa, tenendo anche conto, eventualmente, dell’esistenza di denunce (reali e non fittizie) presentate da operatori ubicati in altri Stati membri (si veda la Comunicazione della Commissione Europea 2006/C 179/02, relativa al diritto comunitario applicabile alle aggiudicazioni di appalti non o solo parzialmente disciplinate dalle direttive «appalti pubblici»). Possono essere considerati, al riguardo, anche precedenti affidamenti con oggetto analogo realizzati da parte della stazione appaltante o altre stazioni appaltanti di riferimento. È necessario tenere conto del fatto che, in alcuni casi, le frontiere attraversano centri urbani situati sul territorio di Stati membri diversi e che, in tali circostanze, anche appalti di valore esiguo possono presentare un interesse transfrontaliero certo. Per l’affidamento di appalti e concessioni di interesse transfrontaliero certo le stazioni appaltanti adottano le procedure di aggiudicazione adeguate e utilizzano mezzi di pubblicità atti a garantire in maniera effettiva ed efficace l’apertura del mercato alle imprese estere nonché il rispetto delle norme fondamentali e dei principi generali del Trattato e in particolare il principi di parità di trattamento e il principio di non discriminazione in base alla nazionalità oltreché l’obbligo di trasparenza che ne deriva».

4. La disciplina delle opere di urbanizzazione a scomputo totale o parziale del contributo.

4.1. Premessa. Come prima riferito, a seguito dell’avvio della procedura di infrazione in sede europea, si è resa necessaria la modifica della disciplina relativa al compimento delle opere di urbanizzazione a scomputo totale o parziale del contributo.

Sulle opere di urbanizzazione a scomputo, la commissione speciale, con parere 24 dicembre 2018 n. 2942, reso all’adunanza del 3 dicembre 2018 sempre su richiesta dell’ANAC, ha affermato che “l’articolo 16, comma 2 bis, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 – a mente del quale “nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, l’esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione primaria di cui al comma 7 (del medesimo art. 16, n.d.rr.), di importo inferiore alla soglia di cui all’articolo 28, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, è a carico del titolare del permesso di costruire e non trova applicazione il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163” – contiene una evidente (ed eccezionale) deroga normativa all’applicazione delle disposizioni codicistiche in materia di affidamento di commesse pubbliche laddove l’esecuzione di opere di urbanizzazione primaria (purché realizzate “Nell’ambito degli strumenti attuativi e degli atti equivalenti comunque denominati nonché degli interventi in diretta attuazione dello strumento urbanistico generale, (…) funzionali all’intervento di trasformazione urbanistica del territorio, (…)”) sia attuata direttamente dal titolare dell’abilitazione a costruire e l’importo delle stesse sia inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria;

– giova precisare che per “opere funzionali” si intendono le opere di urbanizzazione primaria (ad es., fogne, strade e tutte gli ulteriori interventi elencati, in via esemplificativa, dall’articolo 16, comma 7, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) la cui realizzazione è diretta in via esclusiva al servizio della lottizzazione ovvero della realizzazione dell’opera edilizia di cui al titolo abilitativo a costruire (quest’ultimo nelle varie articolazioni previste dalle leggi, anche non nazionali) e, comunque, solo quelle assegnate alla realizzazione a carico del destinatario del titolo abilitativo a costruire e da quest’ultimo specificate;

– fermo quanto sopra si presenta necessario ribadire, ancora una volta, che il calcolo complessivo delle opere di urbanizzazione, intesa nella sua interezza, è dato dalla somma di tutte le opere di urbanizzazione che il privato deve realizzare a scomputo, funzionali e non. Tale operazione, avente dunque ad oggetto la definizione dell’importo complessivo al quale ammonta la realizzazione delle opere di urbanizzazione, deve essere effettuata prima di ogni ulteriore valutazione circa la possibilità di applicazione della deroga di cui all’articolo 16, comma 2 bis, d.P.R. n. 380 del 2001, giacché l’operatività di quest’ultima resta direttamente condizionata dall’esito dell’accertamento in ordine al calcolo complessivo delle opere di urbanizzazione da realizzarsi;

– se il valore complessivo di tali opere – qualunque esse siano – non raggiunge la soglia comunitaria, calcolata ai sensi dell’articolo 35, comma 9, d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50, solo allora il privato potrà avvalersi della deroga di cui all’articolo 16, comma 2 bis, d.P.R. n. 380 del 2001 ed esclusivamente per quelle funzionali;

– al contrario, qualora il valore complessivo di tali opere superi la soglia comunitaria, il privato sarà tenuto al rispetto delle regole di cui al Codice di contratti pubblici sia per le opere funzionali che per quelle non funzionali;

– in termini ancora più semplici si deve ribadire l’iter logico già seguito nel parere n. 361 del 2018 di questo Consiglio, vale a dire che l’insieme delle opere di urbanizzazione il cui onere è accollato al titolare del permesso di costruire come scomputo degli oneri di urbanizzazione, deve essere considerato nel suo insieme come se fosse un’unica opera pubblica da realizzarsi contestualmente, sia pure costituita da diverse tipologie (opere di urbanizzazione primaria, primaria funzionali, secondaria) le quali, ciascuna per sé, possono essere considerate come singoli lotti in relazione alla loro singola natura (fogne, strade, illuminazione etc.). Ne consegue che, per valutare se questo complessivo appalto virtualmente unitario, composto da più opere disomogenee, superi o meno la soglia comunitaria, in applicazione dell’art. 35, comma 9, del Codice occorre sommare il valore di ciascuna di esse. Ciò refluisce, per altro, sulla soluzione al secondo quesito posto dall’Anac di cui più avanti.

– tale essendo l’iter argomentativo del sottopunto 2.2 inserito nel punto 2 delle Linee guida n. 4 del 2018, per come redatto dall’Anac in seguito al parere della Commissione speciale del Consiglio di Stato n. 361 del 2018, spetterà alla predetta Autorità, sfuggendo tale compito ai poteri di questa Commissione speciale, valutare se si renda indispensabile o meno esternare tali motivazioni in seno alle Linee guida già approvate e quale sia la procedura corretta per effettuare tale integrazione”.

Sempre nel parere innanzi citato, la commissione speciale, su specifico quesito posto dall’Autorità, ha precisato che “il coacervo delle opere di urbanizzazione a scomputo addossate al titolare del permesso di costruire deve essere considerato, agli effetti del calcolo delle soglie, come una unica “opera prevista” oggetto di un unico appalto. Si è già precisato che se la sommatoria di tale coacervo supera la soglia europea tutte le opere dovranno essere assoggettate al codice.

Si rende tuttavia applicabile in questo caso anche l’art. 35, comma 11, del Codice, il quale, in diretta, letterale e pedissequa applicazione dell’art. 5, par. 10 della direttiva 2014/24/UE, stabilisce che, in via di eccezione, quando un’opera prevista può dar luogo ad appalti aggiudicati per lotti separati, e quand’anche il valore complessivo stimato della totalità dei lotti di cui essa si compone sia superiore alla soglia, ciò non ostante ai lotti frazionati in questione non si applica la direttiva, e dunque possono essere aggiudicati senza le procedure in essa previste come obbligatorie. Ciò può avvenire però a due condizione 1. Che, i lotti in cui è stata frazionata l’”opera prevista” siano ciascuno inferiore a € 1.000.000,00¸ 2. Che la somma di tali lotti non superi il 20 per cento della somma di tutti i lotti in cui l’opera prevista è stata frazionata. In questo caso per “opera prevista” si deve intendere, appunto, il coacervo delle opere di urbanizzazione addossate al titolare del permesso.

In questo senso, potendosi su tale aspetto concordare con quanto suggerito dall’Anac nel quesito qui in esame, applicando l’articolo 35, comma 11, del Codice e sussistendo le relative condizioni, sarebbe possibile scorporare il lotto relativo alle opere di urbanizzazione primaria funzionali, affidandolo in via diretta ai sensi dell’articolo 16, comma 2 bis, d.P.R. n. 380 del 2001, anche se il valore complessivo dell’opera fosse di rilevanza comunitaria, a condizione che esso fosse di valore inferiore a € 1.000.000,00, e non superasse il venti per cento di tutte le opere a scomputo addossate al titolare”.

4.2. Le modifiche da apportare. Alla luce della predetta ricostruzione, e considerato quanto riferito dall’ANAC con la richiesta di parere, la Sezione reputa che il punto 2.2 dello schema di linee guida sottoposto a parere, debba essere modificato per

a) chiarirne meglio l’ambito applicativo, coordinando le disposizione del Codice dei Contratti con quelle del testo unico edilizia (d.P.R. 380/2001);

b) specificare il concetto di opere funzionali;

c) specificare che le opere di urbanizzazione possono riguardare anche i permessi convenzionati (articolo 28 bis d.P.R. 380/2001) e le convenzioni di lottizzazione (articolo 28 l. urb.);

d) coordinare l’articolo 16 TUE con l’articolo 36, comma 4, Codice;

e) eliminare “medesimo intervento” perché creerebbe il rischio di una lettura elusiva.

Per tale ragione, la Sezione propone la modifica del punto 2.2. dello schema di linee guida nei seguenti termini: Per le opere di urbanizzazione a scomputo totale o parziale del contributo previsto per il rilascio del permesso di costruire, nel calcolo del valore stimato devono essere cumulativamente considerati tutti i lavori di urbanizzazione primaria e secondaria anche se appartenenti a diversi lotti, connessi ai lavori oggetto di permesso di costruire, permesso di costruire convenzionato (articolo 28 bis d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) o convenzione di lottizzazione (articolo 28 l. 17 agosto 1942 n. 1150) o altri strumenti urbanistici attuativi. Quanto disposto dall’articolo 16, comma 2 bis, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 e 36, comma 4, Codice dei contratti pubblici si applica unicamente quando il valore di tutte le opere di urbanizzazione, calcolato ai sensi dell’articolo 35, comma 9, Codice dei contratti pubblici, non raggiunge le soglie di rilevanza comunitaria. Per l’effetto: se il valore complessivo delle opere di urbanizzazione a scomputo – qualunque esse siano – non raggiunge la soglia comunitaria, calcolata ai sensi dell’articolo 35, comma 9, Codice dei contratti pubblici, il privato potrà avvalersi della deroga di cui all’articolo 16, comma 2 bis, d. P.R. 6 giugno 2001 n. 380, esclusivamente per le opere funzionali; al contrario, qualora il valore complessivo di tutte le opere superi la soglia comunitaria, il privato sarà tenuto al rispetto delle regole di cui al Codice di contratti pubblici sia per le opere funzionali che per quelle non funzionali.

Per opere funzionali si intendono le opere di urbanizzazione primaria (ad es. fogne, strade, e tuti gli ulteriori interventi elencati in via esemplificativa dall’articolo 16, comma 7, d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) la cui realizzazione è diretta in via esclusiva al servizio della lottizzazione ovvero della realizzazione dell’opera edilizia di cui al titolo abilitativo a costruire e, comunque, quelle assegnate alla realizzazione a carico del destinatario del titolo abilitativo a costruire”.

5. Le ulteriori modifiche alle linee guida. Lo schema di linee guida trasmesso dall’Autorità prevede la modifica del punto 5.1 per adeguare le predette linee guida a quanto stabilito dall’articolo 1, comma 912, l. 145/2018 e del punto 3.7 per innalzare da € 1.000 ad € 5.000 l’importo degli affidamenti per i quali è consentito derogare al principio di rotazione con scelta sinteticamente motivata contenuta nella determina a contrarre o in atto equivalente.

In relazione alla modifica del punto 5.1 dello schema di linee guida, la Sezione reputa di non poter esprimere parere in considerazione del fatto che la disciplina è stata modificata dal d.l. 18 aprile 2019 n. 32.

Reputa, invece, di poter condividere l’innalzamento della soglia entro la quale è possibile, con scelta motivata, derogare al principio di rotazione.

P.Q.M.

nelle suesposte considerazione è il parere della Sezione.

Scadenza del termine di validità dell’offerta: comporta decadenza dell’aggiudicazione? E’ ancora possibile stipulare il contratto?

Una delle funzioni del termine di validità dell’offerta è quella di garantire all’impresa aggiudicataria, una volta scaduto, di poter esercitare una sorta di diritto di recesso dal rapporto con la Stazione Appaltante ma, al contempo, anche di mantenere la vittoria della gara quale precedente curriculare. Tale funzione è prevista appositamente a vantaggio dell’offerente aggiudicatario medesimo.
Altresì, la Stazione Appaltante, a seguito del decorso del termine anzidetto, non perde ogni potere, ma anzi può ed è tenuta a verificare la possibilità di stipulare il contratto con l’aggiudicatario, se ancora ne ricorrono i presupposti di legge e se quest’ultimo ancora ne sia intenzionato o, in caso contrario, ad aggiudicare ad altri.
La giurisprudenza sull’argomento, più che focalizzarsi sulla perentorietà del termine di cui all’art. 32, comma 4 del d.lgs. n. 50/2016, pone l’attenzione alle posizioni che sono coinvolte nella fase dell’approvazione delle operazioni di gara e di verifica dei requisiti dell’aspirante aggiudicatario: “Il termine di 180 giorni è da considerare quale spatium deliberandi massimo per addivenire alla sottoscrizione del contratto, evitando che ulteriori lungaggini possano andare danno dell’impresa concorrente ovvero della stessa stazione appaltante ove costretta ad un’aggiudicazione che di fatto non conduce all’esito cui la stessa procedura mira. La sopravvenuta scadenza del termine di validità dell’offerta a seguito dell’eccessivo prolungamento delle operazioni di gara consente all’aggiudicatario la scelta di disimpegnarsi da ogni vincolo negoziale senza incorrere in alcuna sanzione. In sostanza, è riservata all’aggiudicatario, nell’ambito della sue autonome determinazioni imprenditoriali, la scelta se confermare la sua offerta ormai scaduta, addivenendo alla stipula, ovvero esercitare il suo diritto di recesso dalla fase della stipula.” (TAR Napoli,  14.01.2019 n. 201). 

Il portato della norma, dunque, “non presuppone un’ipotesi di decadenza ex lege dell’offerta decorso il relativo termine, consentendo all’offerente, con atto espresso, di potersi svincolare dalla stessa prima dell’approvazione dell’aggiudicazione definitiva” (TAR Roma, 26.04.2019 n. 5302).

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FAQ Anac: aggiornate sezioni Contratti pubblici, Trasparenza ed Albo Commissioni Giudicatrici

Sono stati effettuati degli interventi di aggiornamento nelle sotto sezioni Contratti pubblici e Trasparenza della sezione dedicata alle domande frequenti del portale internet dell’Autorità.
In particolare sono state aggiunte 4 nuove domande e risposte alla voce ‘Qualificazioni, Certificati Esecuzione Lavori, Avvalimenti’ in Contratti pubblici (FAQ B20, B21, B26, B27), e sono state create due nuove sezioni ‘Archivio’ che contengono le FAQ precedentemente pubblicate nelle sezioni Contratti pubblici e Trasparenza che non possono essere più considerate attuali.
FAQ

A seguito del differimento dell’operatività dell’Albo dei componenti delle commissioni giudicatrici dal 15 gennaio al 15 aprile 2019, per coloro che chiedono la cancellazione dall’albo non è prevista la restituzione della somma. Il Consiglio dell’Anac ha deciso, inoltre, che per tutti gli iscritti all’albo negli anni 2018 e 2019 l’iscrizione rimarrà valida, senza ulteriori oneri, sino a tutto il 2020.
FAQ

Raggruppamento temporaneo di imprese (RTI) – Tipo orizzontale o verticale – Condizioni (art. 48 d.lgs. n. 50/2016)

Consiglio di Stato, sez. III, 24.04.2019 n. 2641

Al fine di individuare la partecipazione alla gara pubblica come Raggruppamento verticale o orizzontale il testuale riferimento legislativo [cfr. art. 48 d.lgs. n. 50/2016, ndr.] al “tipo” di prestazione (e non alla prestazione concretamente svolta, e così ad un concetto astratto piuttosto che concreto) va inteso nel senso che ciascun operatore economico dev’essere in grado, per le competenze possedute, di partecipare all’esecuzione dell’unica prestazione; quest’ultima, poi, altro non può essere che la prestazione oggetto del servizio da affidare e le competenze non possono essere che quelle richieste dal bando di gara; ciò significa che la diversità delle prestazioni, tale da escludere il carattere orizzontale del raggruppamento, ricorre solo se ciascuna delle imprese possiede specializzazioni e competenze diverse da quelle richieste dal bando, finalizzate all’esecuzione di un’attività non corrispondente a quella oggetto del contratto. La simmetria tra competenze possedute e prestazioni assunte dalle imprese raggruppate, quale principio costitutivo del RTI, deve essere verificata (non in chiave assoluta ed astratta, ma) nel prisma delle prescrizioni di gara: sì che solo qualora la ripartizione delle prestazioni all’interno del raggruppamento sia tale da spezzare quel rapporto simmetrico, potrebbe affermarsi il carattere derogatorio della formula organizzativa prescelta rispetto al sistema di qualificazione che presiede alla disciplina della partecipazione delle imprese alla specifica gara (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 04.01.2018 n. 51).

La possibilità per le imprese raggruppate – in forza “orizzontale” o “verticale” – di indicare le “parti” del servizio da ciascuna rispettivamente assunte in termini contenutistici e/o quantitativi è stata riconosciuta dalla giurisprudenza nomofilattica di questo Consiglio di Stato (cfr. Adunanza Plenaria n. 12/2012, cit.), secondo la quale “l’obbligo deve ritenersi assolto sia in caso di indicazione, in termini descrittivi, delle singole parti del servizio da cui sia evincibile il riparto di esecuzione tra le imprese associate, sia in caso di indicazione, in termini percentuali, della quota di riparto delle prestazioni che saranno eseguite tra le singole imprese, tenendo conto della natura complessa o semplice dei servizi oggetto della prestazione e della sostanziale idoneità delle indicazioni ad assolvere alle finalità di riscontro della serietà e affidabilità dell’offerta ed a consentire l’individuazione dell’oggetto e dell’entità delle prestazioni che saranno eseguite dalle singole imprese raggruppate”.

Né potrebbe farsi riferimento alla simmetria tra le prestazioni assunte dalle imprese raggruppate e le relative competenze (in termini di mezzi ed autorizzazioni possedute).

Deve invero osservarsi che, laddove non sia contestata (o dimostrata) la violazione dei criteri di qualificazione fissati dalla lex specialis, anche per le ipotesi di partecipazione di soggetti pluri-strutturati, la ripartizione delle prestazioni tra le imprese raggruppate, anche nell’ipotesi di raggruppamento di tipo “orizzontale”, non può che essere rimessa alle loro scelte organizzative: scelte il cui criterio direttivo non può che essere la coerenza di quella ripartizione con le capacità ed i titoli abilitativi da ciascuna posseduti, ferma restando la comune responsabilità solidale in ordine al servizio oggetto di appalto complessivamente considerato.

fonte: sito G.A.

Annullamento dell’aggiudicazione – Conoscenza dei vizi della gara da parte dell’aggiudicatario – Legittimo affidamento – Non configurabilità – Responsabilità precontrattuale della Stazione Appaltante – Non sussiste (art. 32 d.lgs. n. 50/2016)

 

Consiglio di Stato, sez. III, 23.04.2019 n. 2614

L’odierna appellante sostiene che il primo giudice, allorché ha respinto la domanda risarcitoria, avrebbe errato nel sostenere che vi sarebbe violazione della regola della correttezza, di cui all’art. 1337 c.c., solo dopo l’annullamento dell’aggiudicazione per non essere configurabile, prima dell’aggiudicazione, alcun legittimo affidamento del concorrente tutelabile sul piano della responsabilità c.d. precontrattuale.

L’assunto dell’appellante in punto di diritto merita condivisione perché, come l’Adunanza plenaria di questo Consiglio ha chiarito nella sentenza n. 5 del 4 maggio 2018, risulterebbe eccessivamente restrittiva e, per molti versi contraddittoria, la tesi secondo cui, nell’ambito dei procedimenti di evidenza pubblica, i doveri di correttezza (e la conseguente responsabilità precontrattuale dell’amministrazione in caso di loro violazione) nascono solo dopo l’adozione del provvedimento di aggiudicazione.

Aderendo a tale impostazione, si finirebbero, infatti, per creare a favore del soggetto pubblico “zone franche” di responsabilità, introducendo in via pretoria un regime “speciale” e “privilegiato”, che si porrebbe in significativo contrasto con i principi generali dell’ordinamento civile e con la chiara tendenza al progressivo ampliamento dei doveri di correttezza emergente dagli orientamenti più recenti della giurisprudenza civile e amministrativa.

Cionondimeno si deve qui osservare che, come pure ha chiarito l’Adunanza plenaria, sentenza n. 5 del 4 maggio 2018, per valutare l’affidamento incolpevole del privato anche in tale fase, precedente all’aggiudicazione, si deve avere riguardo, tra gli altri elementi, anche alla conoscenza o, comunque, alla conoscibilità, secondo l’onere di ordinaria diligenza richiamato anche dall’art. 1227, comma secondo, c.c., da parte del privato, dei vizi (di legittimità o di merito), che hanno determinato l’esercizio del potere di autotutela, peraltro in ossequio al tradizionale principio civilistico, secondo cui non può considerarsi incolpevole l’affidamento che deriva dalla mancata conoscenza della norma imperativa violata.

E del vizio macroscopico che ne inficiava la legittimità e che, infatti, ha condotto all’annullamento in autotutela delle due gare, vizio consistente nella possibilità di aprire le buste contenenti il progetto tecnico prima che la Commissione giudicatrice avesse specificato i criteri valutativi delle proposte, non poteva non essere consapevole l’odierna appellante, se è vero, come essa sostiene, che “appare grossolana la illegittimità contenuta nel bando, poi annullato, in base alla quale la Commissione di gara poteva fissare i criteri per l’attribuzione del punteggio dopo aver esaminato le offerte dei concorrenti”.

La stessa appellante rammenta, peraltro, che tale illegittimità era tanto conclamata, e percepibile ictu oculi, che il vizio di illegittimità era stato evidenziato alla stazione appaltante anche da illustri consulenti legali di altri partecipanti alla gara.

E invece l’odierna appellante, dopo aver partecipato alle due gare, non ha mai contestato tale presunta illegittimità, ma anzi (…) ha sollecitato le Commissioni di gara a concludere le procedure valutative nel modo più rapido, entro i tempi stabiliti dal bando, senza fare menzione del vizio se non dopo l’annullamento in autotutela e nella sola citata diffida del 25 novembre 2006.

Risulta dunque evidente che essa, nonostante la piena consapevolezza del vizio che inficiava le procedure, abbia preso alla parte alle gare senza mai nulla eccepire, né in sede procedimentale né in sede processuale, ma anzi sollecitando la Commissione a concludere le procedure valutative, inficiate ab origine da tale grave illegittimità, posta poi a fondamento dei provvedimenti adottati in autotutela dall’Azienda.

Non è pertanto tutelabile in questa sede alcun legittimo affidamento in capo all’odierna appellante che, ben conscia dell’identico vizio, reiterato, che affliggeva le due procedure, non ne ha mai fatto constare all’amministrazione procedente l’illegittimità, ma anzi l’ha più volte sollecitata a concludere rapidamente le procedure di evidenza pubblica in radice viziate, salvo poi richiedere opportunisticamente il risarcimento del danno per lesione della propria libertà contrattuale una volta intervenuto, seppure dopo diverso tempo, l’annullamento delle gare in autotutela e dopo essersi aggiudicata, per sua espressa ammissione, i servizi all’esito delle nuove gare bandite dall’Azienda (almeno per alcuni lotti).

Simili strategie opportunistiche, contrarie all’obbligo di diligenza che grava anche sul privato asseritamente creditore, non sono però tutelabili e tutelate dall’art. 1337 c.c., in quanto il fondamento della responsabilità precontrattuale della pubblica amministrazione, a prescindere qui da ogni controversa questione sul suo corretto inquadramento dogmatico, sta in un rapporto di correttezza e di collaborazione, tra il soggetto pubblico e quello privato, che non è mai unidirezionale, ma sempre mutuo e scambievole, considerando che nell’ambito del procedimento amministrativo (a maggior ragione in quello di evidenza pubblica cui partecipano operatori economici qualificati), il dovere di correttezza è un dovere reciproco, che grava, quindi, anche sul privato, a sua volta gravato da oneri di diligenza e di leale collaborazione verso l’Amministrazione (Consiglio di Stato, Ad. plen., 4 maggio 2018 n. 5).

Decreto “SBLOCCA CANTIERI”: Relazione illustrativa e tecnica per conversione in legge

Si riporta di seguito la Relazione illustrativa (.pdf) per la conversione in legge del decreto-legge 18 aprile 2019 n. 32 (cd. “Sblocca cantieri”), recante disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici, per l’accelerazione degli interventi infrastrutturali, di rigenerazione urbana e di ricostruzione a seguito di eventi sismici. Disponibile per il download anche la Relazione tecnica (.pdf).

Capo I – Norme in materia di contratti pubblici, di accelerazione degli interventi infrastrutturali e di rigenerazione urbana

L’articolo 1 apporta modificazioni al codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Tali modifiche sono volte in parte a semplificare le procedure di aggiudicazione degli appalti, recependo alcune indicazioni pervenute dagli stakeholder che operano nell’ambito dei contratti pubblici, che hanno partecipato alla consultazione pubblica indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, e in parte a consentire il superamento della procedura di infrazione n. 2018/2273 « Non conformità dell’ordinamento interno rispetto ad alcune disposizioni delle direttive europee in materia di contratti pubblici ».
Di seguito vengono dettagliatamente illustrate le suddette modifiche.

1) All’articolo 23 del codice sono modificati i commi 3, 3-bis, 5 e 6 e sono introdotti i commi 11-bis e 11-ter.

La modifica al comma 3 è di coordinamento con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216 del codice. Le modifiche al comma 3-bis, nell’ottica di una maggiore semplificazione ed accelerazione delle procedure di affidamento dei contratti, prevede che gli interventi di manutenzione ordinaria e di manutenzione straordinaria ad esclusione degli interventi di rinnovo o di sostituzione di parti strutturali delle opere o gli impianti possono essere affidati sulla base del progetto definitivo. In particolare il comma 3-bis è in continuità con la previgente normativa (articolo 105 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010) ancora in vigore ai sensi dell’articolo 216, comma 4, terzo, quarto e quinto periodo, del codice. Di conseguenza, vengono abrogati i suddetti periodi dell’articolo 216, comma 4, del codice. Con la modifica al comma 5 si provvede a proporre una definizione più chiara e dettagliata del progetto di fattibilità tecnica ed economica come richiesto anche dalle regioni.

La modifica del comma 6 è tesa a coordinare l’articolo 23 del codice con il decreto legislativo n. 152 del 2006 e, specificatamente, con i contenuti degli allegati alla parte II del citato decreto legislativo, modificati con decreto legislativo n. 104 del 2017 (in particolare l’Allegato IV-bis « Contenuti dello Studio preliminare ambientale » e l’Allegato VII « Contenuti dello studio di impatto ambientale »).

La previsione del nuovo comma 11-bis è tesa a ripristinare, a regime, la previsione dell’articolo 92, comma 7-bis, del previgente codice di cui al decreto legislativo n. 163 del 2006 che prevedeva, tra le spese tecniche nel quadro economico di ciascun intervento anche « le spese di carattere strumentale sostenute dalle amministrazioni aggiudicatrici in relazione all’intervento ». Detta previsione è necessaria per consentire alle amministrazioni di far fronte alle varie attività connesse a ciascun intervento. Ad oggi, fino alla data di entrata in vigore del decreto di cui all’articolo 23, comma 3, relativo alla progettazione, è ancora possibile il riconoscimento delle voci di spesa sopra richiamate in virtù dell’articolo 216, comma 4, primo periodo, del codice che fa salva l’applicazione degli articoli da 14 a 43 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 207 del 2010 e gli allegati ivi richiamati. Analogamente, con la previsione del nuovo comma 11-ter dell’articolo 23 del codice si intende riconoscere ai Provveditorati interregionali alle opere pubbliche, nel caso di svolgimento di attività degli stessi a favore dell’Agenzia del demanio, le spese strumentali, incluse quelle per sopralluoghi, finalizzate alla stesura del piano generale degli interventi del sistema accentrato delle manutenzioni, di cui all’articolo 12 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.

2) All’articolo 24, vengono apportate modificazioni ai commi 2 e 7.

La modifica al comma 2 è tesa a coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216. La modifica al comma 7 è finalizzata ad allineare alle disposizioni europee la disciplina della partecipazione alle procedure di gara nelle concessioni di lavori pubblici dei soggetti affidatari degli incarichi di progettazione per progetti posti a base di gara. Al riguardo, la Commissione europea – Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI (DG GROW), con parere del 6 marzo 2019, nell’evidenziare che il divieto assoluto sancito dall’articolo 24, comma 7, del codice italiano è incompatibile con l’articolo 41 della direttiva 2014/24/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, (direttiva appalti pubblici) e con l’articolo 3 della direttiva 2014/23/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, (direttiva concessioni), ritiene che i concessionari uscenti, che hanno predisposto la progettazione da porre a base di gara, devono poter partecipare alla procedura di gara per l’affidamento delle concessioni, purché l’amministrazione aggiudicatrice adotti misure adeguate per garantire che la concorrenza non sia falsata dalla loro partecipazione.

3) All’articolo 29, al comma 1 vengono soppressi il secondo, il terzo e il quarto periodo.

La modifica è tesa coordinare le disposizioni del medesimo articolo con la soppressione del cosiddetto rito super accelerato di cui al comma 4 dell’articolo che qui si illustra.

4) All’articolo 31, vengono apportate modificazioni al comma 5.

La modifica è tesa coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

5) All’articolo 35, vengono apportate modificazioni ai commi 9, 10 e 18.

Le proposte sono tese a risolvere la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273 notificata il 25 gennaio 2019, chiarendo che quando un’opera o una prestazione di servizi può dare luogo ad appalti aggiudicati per lotti distinti, il valore è computato stimando la totalità di tali lotti, eliminando il termine « contemporaneamente » che limitava la portata della disposizione. La modifica del comma 18 è tesa a favorire le imprese estendendo l’ambito di applicazione dell’anticipazione da corrispondere all’appaltatore anche ai servizi e alle forniture.

6) All’articolo 36, vengono apportate modificazioni ai commi 2, 5, 6-bis e 7 e vengono aggiunti i commi 6-ter, 6-quater e 9-bis.

La modifica al comma 2, lettera b), nell’ottica di semplificazione, innalza da 150.000 a 200.000 euro l’importo per affidamenti di lavori mediante procedura negoziata e riduce il numero degli operatori economici da consultare portandolo da dieci a tre. Viene inoltre soppressa la lettera c). Sempre al comma 2 è modificata la lettera d) in modo da prevedere che gli affidamenti da 200.000 euro fino alla soglia devono avvenire mediante ricorso alle procedure aperte, con obbligo dell’esclusione obbligatoria degli offerenti che abbiano presentato offerte anomale.

La modifica del comma 5, nell’ottica della semplificazione e nel rispetto dell’articolo 56 della direttiva 2014/24/UE, in analogia a quanto già avviene nei settori speciali, prevede, per i contratti sotto soglia, la possibilità per la stazione appaltante di esaminare le offerte tecniche ed economiche prima di effettuare la verifica dei requisiti di cui all’articolo 80, garantendo, al contempo, che detta verifica sia effettuata in maniera imparziale e trasparente, in modo che nessun appalto possa essere aggiudicato a un offerente che avrebbe dovuto essere escluso a norma dell’articolo 80 o che non soddisfi i criteri di selezione stabiliti dalla medesima stazione appaltante. La sostituzione del comma 6-bis e l’introduzione del comma 6-ter, in tema di documento di gara unico europeo (DGUE), sono tese ad introdurre semplificazioni per i contratti sotto soglia nei sistemi e nelle procedure che prevedono una preliminare fase di ammissione/abilitazione, come nel caso del mercato elettronico. Con il comma 6-quater si disciplina il sistema dinamico di acquisizione, nel rispetto della normativa europea e nazionale, posto che il DGUE afferisce tipicamente alla fase del confronto competitivo e non anche alla preliminare fase di ammissione/abilitazione.

La modifica al comma 7 è tesa ad allineare le disposizioni dell’articolo con le previsioni del nuovo comma 27-octies all’articolo 216.

L’introduzione del comma 9-bis, nell’ottica della semplificazione, consente alle stazioni appaltanti, per i contratti sotto soglia, di procedere all’aggiudicazione, di norma, sulla base del criterio del minor prezzo, ovvero, previa motivazione, sulla base del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

7) All’articolo 37 è stato modificato il comma 4 per favorire gli affidamenti dei comuni non capoluogo di provincia.

8) All’articolo 47, vengono apportate modificazioni al comma 2 e viene aggiunto il comma 2-bis.

La modifica del comma 2 è tesa a chiarire la disciplina dei consorzi stabili onde consentire l’operatività e sopravvivenza di tale strumento pro-concorrenziale, mentre l’introduzione del comma 2-bis detta disposizioni concernenti i consorzi stabili di servizi e forniture, in continuità con il passato, di fatto colmando, a regime, un vuoto normativo per tali settori.

9) All’articolo 59, vengono apportate modificazioni al comma 1-bis e viene inserito il comma 1-quater.

Le modifiche concernenti l’articolo 59 del codice, in tema di appalto congiunto di progettazione ed esecuzione sono tese a chiarire detta disciplina con riferimento ai requisiti che deve possedere l’operatore economico (modifica del comma 1-bis), assicurando inoltre certezza dei pagamenti per il progettista che collabora (indicato o raggruppato) con l’appaltatore attraverso la previsione dell’obbligo (indicato nei documenti di gara) del pagamento diretto del progettista (inserimento del comma 1-quater).

10) All’articolo 76, viene inserito il comma 2-bis.

La modifica si riferisce all’articolo 76 del codice e concerne la disciplina dell’informazione dei candidati e degli offerenti e stabilisce le procedure che devono adottare le amministrazioni aggiudicatrici per l’avviso ai candidati e ai concorrenti in caso di esclusione e di ammissione dalla procedura di gara. Tale disposizione si rende necessaria a seguito dell’intervento normativo sull’articolo 29.

11) All’articolo 77, viene inserito il comma 3-bis.

La modifica si riferisce all’articolo 77 del codice e concerne la disciplina dell’Albo nazionale dei componenti delle commissione giudicatrici. Detta proposta, in linea con quanto segnalato dall’ANAC nell’atto di segnalazione n. 1 del 9 gennaio 2019, consente alle stazioni appaltanti di procedere alla nomina dei commissari in caso di mancata o insufficiente implementazione delle singole sottosezioni del citato Albo, di fatto risolvendo le attuali criticità operative.

12) All’articolo 80, vengono apportate modificazioni ai commi 1, 2, 3, 4, 5 ed è sostituito il comma 10.

Le modifiche riguardano i motivi di esclusione. Le modifiche dei commi 1 e 5, riferite ai subappaltatori, sono necessarie per coordinare la norma con le nuove disposizioni di cui all’articolo 105 del codice e sono tese altresì a risolvere la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273.

Con la modifica del comma 2 si effettua un coordinamento con le norme del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo n. 159 del 2011.

Con la modifica al comma 3 si procede ad allineare le disposizioni del codice con quelle previste nel suddetto codice antimafia in materia di controlli su società con meno di quattro soci.

La modifica del comma 4 mira a risolvere la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273.

La modifica al comma 5 è conseguente alla soppressione dell’indicazione della terna in sede di offerta in caso di subappalto.

La modifica del comma 10 è volta a chiarire le disposizioni relative ai controlli che si operano nelle procedure di gara in presenza di sentenze penali di condanna definitiva che non fissa la durata della pena accessoria.

13) All’articolo 83, vengono apportate modificazioni al comma 2.

La modifica è necessaria per coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

14) All’articolo 84, vengono apportate modificazioni ai commi 1, 2, 4, 6, 8, 10 e 11.

Le modifiche si riferiscono alla qualificazione degli esecutori di lavori pubblici. Con la proposta di modifica del comma 1 si introduce nel codice, in continuità con il passato e in accordo con la giurisprudenza, il principio di indipendenza di giudizio e di imparzialità quale principio generale vincolante, per l’esercizio dell’attività di attestazione, necessario per la tenuta medesima del sistema di qualificazione. L’introduzione di detta disposizione si rende necessaria anche per prevenire probabili contenziosi.

La modifica apportata al comma 4 interviene sul sistema unico di qualificazione degli esecutori di lavori pubblici, stabilendo che per i soggetti esecutori a qualsiasi titolo di lavori pubblici di importo pari o superiore a 150.000 euro che attestano il possesso dei requisiti di capacità economica, finanziaria, tecniche e professionali indicati tra i criteri di selezione, il periodo di attività documentabile è quello relativo ai quindici anni antecedenti la data di sottoscrizione del contratto con la SOA per il conseguimento della qualificazione e non più di dieci anni, ciò al fine di tenere in debito conto la crisi economica che ha determinato l’impossibilità di alcune imprese di attestare lavori negli ultimi dieci anni per gli importi previsti a legislazione vigente.

Le proposte di modifica dei restanti commi sono di coordinamento con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

15) All’articolo 86, vengono apportate modificazioni al comma 5-bis.

Tale modifica è di coordinamento con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

16) All’articolo 89, vengono apportate modificazioni al comma 11.

La modifica è tesa a coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

17) All’articolo 95, vengono apportate modificazioni ai commi 3, 4, 10-bis e 15.

Le modifiche ai commi 3 e 4, nell’ambito dei criteri di aggiudicazione, sono necessarie per coordinare l’articolo 95 con l’articolo 36 a seguito dell’introduzione nel medesimo del nuovo comma 9-bis. Il comma 15 è sostituito prevedendo che ogni variazione che intervenga, anche in conseguenza di una pronuncia giurisdizionale, successivamente alla fase amministrativa di prima ammissione, regolarizzazione o esclusione delle offerte non rileva ai fini del calcolo di medie nella procedura, né per l’individuazione della soglia di anomalia delle offerte. La modifica al comma 10-bis è tesa maggiormente a garantire la discrezionalità della stazione appaltante ai fini della determinazione dei punteggi, in caso di offerta economicamente più vantaggiosa, in base alle caratteristiche e peculiarità di ogni singolo appalto, sopprimendo il riferimento che stabilisce un tetto massimo per il punteggio economico entro il limite del 30 per cento.

18) All’articolo 97, vengono apportate modificazioni ai commi 2, 3, 3-bis e 8.

In particolare la modifica è tesa a risolvere le problematiche segnalate da vari stakeholders concernenti il calcolo della soglia di anomalia. Infatti il meccanismo della determinazione della soglia di anomalia, basato sul sorteggio tra cinque metodi alternativi, è risultato nella prassi alquanto farraginoso. Peraltro la proposta è volta a prevenire il contenzioso laddove un’offerta di operatore economico, a seconda della scelta casuale di uno degli attuali cinque metodi, potrebbe risultare vincitrice o addirittura anomala. Pertanto, nell’ottica di continuare a garantire l’imprevedibilità della soglia di anomalia in chiave « antiturbativa », consentendo, al contempo, un maggior livello di snellezza procedurale ed un maggior contenimento dei ribassi, la proposta « riduce » i sistemi di calcolo della soglia ad uno solo, nell’ambito del quale si introducono alcune variabili individuate dopo l’apertura di tutte le offerte. Infine, al fine di non rendere nel tempo predeterminabili dagli offerenti i parametri di riferimento per il calcolo della soglia di anomalia, si prevede la possibilità di emanare, da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, un decreto per la rideterminazione delle modalità di calcolo per l’individuazione della soglia di anomalia.

Le modifiche al comma 3, in analogia a quanto previsto relativamente all’aggiudicazione con il criterio del prezzo più basso, introducono, nell’ottica della semplificazione, in caso di aggiudicazione con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, una deroga in merito all’effettuazione del calcolo della soglia di anomalia, in presenza di massimo due offerte, ferma restando la facoltà, in capo alle stazioni appaltanti, di valutare la congruità di ogni offerta che, in base ad elementi specifici, appaia anormalmente bassa. Inoltre si provvede a modificare il comma 3-bis per coordinarlo con le modifiche apportate all’articolo. Infine si prevede, attraverso una modifica del comma 8, una deroga all’esclusione automatica per gli appalti sotto soglia aventi carattere transfrontaliero: essa è tesa a risolvere la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273. Inoltre, sempre al comma 8, la modifica interviene sulla materia riguardante le offerte anomale basse e stabilisce che la stazione appaltante prevede nel bando, non più come facoltà, l’esclusione automatica dalla gara delle offerte che presentano una percentuale di ribasso pari o superiore alla soglia di anomalia.

19) All’articolo 102, vengono apportate modificazioni al comma 8.

La modifica è necessaria per coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

20) All’articolo 105, vengono apportate modificazioni ai commi 2, 4 e 13 ed è abrogato il comma 6.

Le modifiche apportate al comma 2 sono relative al subappalto nell’ambito dei contratti di appalto e stabilisce che il subappalto è indicato dalle stazioni appaltanti nel bando di gara e non può superare la quota del 50 per cento dell’importo complessivo del contratto di lavori, servizi o forniture.

Le modifiche al commi 4 e l’abrogazione del comma 6 sono tese a risolvere parte della procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273 eliminando l’obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori (non previsto a livello europeo), atteso che, in ogni caso, le verifiche sul possesso dei requisiti dei subappaltatori sono effettuate in occasione della richiesta di autorizzazione alla stazione appaltante da parte dell’appaltatore; si è proceduto, di conseguenza, ad effettuare un coordinamento tra le norme. Le modifiche al comma 13 sono volte a favorire il pagamento diretto dei subappaltatori.

21) All’articolo 111, vengono apportate modificazioni ai commi 1 e 2.

Le modifiche sono tese a coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

22) All’articolo 113, vengono apportate modificazioni al comma 2.

Le modifiche mirano a incentivare alcune attività, espletate all’interno dell’amministrazione, connotate da un maggiore impegno e responsabilità.

23) All’articolo 133, vengono apportate modificazioni al comma 8.

Le modifiche, riguardanti l’inversione dell’ordine procedimentale delle attuali fasi di gara, introducono disposizioni atte a garantire maggiormente l’imparzialità e la trasparenza, in modo che nessun appalto sia aggiudicato a un offerente che avrebbe dovuto essere escluso a norma dell’articolo 80 o che non soddisfi i criteri di selezione stabiliti dalla stazione appaltante, coordinando la disposizione con l’analoga norma introdotta all’articolo 36, comma 5.

24) All’articolo 146, vengono apportate modificazioni al comma 4.

La modifica è necessaria per coordinare la disposizione con l’introduzione del comma 27-octies all’articolo 216.

25) All’articolo 174, vengono apportate modificazioni ai commi 2 e 3.

Le modifiche si riferiscono all’articolo 174 del codice nell’ambito dei contratti di concessione. Dette modifiche sono tese a risolvere parte della procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a seguito della lettera di costituzione in mora n. 2018/2273, eliminando l’obbligo di indicazione della terna dei subappaltatori (non previsto a livello europeo), atteso che, in ogni caso, le verifiche sul possesso dei requisiti dei subappaltatori sono effettuate in occasione della richiesta di autorizzazione alla stazione appaltante da parte dell’appaltatore; si è proceduto, di conseguenza, ad effettuare un coordinamento tra le norme. Esse si pongono in linea con quelle operate all’articolo 105.

26) All’articolo 177, vengono apportate modificazioni al comma 2.

La modifica è volta a prorogare il termine entro il quale le concessionarie già in essere si devono adeguare agli adempimenti previsti dal comma 1 dell’articolo 177.

27) All’articolo 183 è aggiunto un nuovo comma 17-bis volto a favorire la presentazione di proposte riguardanti misure di partenariato pubblico-privato da parte delle società di gestione del risparmio che hanno istituito fondi comuni d’investimento immobiliare e degli istituti nazionali di promozione disciplinati dal regolamento (UE) 2015/1017 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 giugno 2015.

28) All’articolo 196, vengono soppressi i commi 3 e 4.

Le modifiche sono tese a semplificare ed accelerare le procedure in materia di contraente generale eliminando l’istituzione di un albo nazionale obbligatorio dei soggetti che possono ricoprire rispettivamente i ruoli di direttore dei lavori e di collaudatore.

29) All’articolo 197, vengono apportate modificazioni ai commi 1 e 4 e viene abrogato il comma 3.

30) All’articolo 199, vengono apportate modificazioni ai commi 2 e 4.

Le modifiche concernenti gli articoli 197 e 199 del codice sono tese, in continuità con l’attività già svolta, a mantenere in capo al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti l’istituzione e la gestione del Sistema di qualificazione del contraente generale. Di conseguenza si è effettuato un coordinamento tra le disposizioni.

31) All’articolo 215, si apporta una modifica al comma 5 finalizzata a rendere più veloce il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici, modificando il termine previsto di novanta giorni in sessanta giorni.

32) All’articolo 216, vengono apportate modificazioni ai commi 4, 4-bis, 14, 27-bis e 27-sexies e sono introdotti i commi 1-ter e 27-octies.

Le modifiche si riferiscono al regime transitorio. In particolare l’introduzione del comma 1-ter è volta a semplificare le procedure di approvazione dei progetti che devono essere approvati dal CIPE, prevedendo che in caso di varianti esse possano essere approvate dal soggetto aggiudicatore. La disposizione stabilisce, in particolare, che per gli interventi ricompresi tra le infrastrutture strategiche, già inseriti negli strumenti di programmazione approvati, le varianti da apportare al progetto definitivo approvato dal CIPE, qualora non superino il 50 per cento il valore del progetto approvato, sono approvate esclusivamente dal soggetto aggiudicatore.

La modifica del comma 4 è necessaria a seguito della novella di cui all’articolo 23 del codice in materia di progettazione. La modifica al comma 4-bis è volta a prevedere la reintroduzione dell’appalto integrato per un periodo temporaneo prevedendo che il divieto di appalto integrato non si applica per le opere i cui progetti definitivi siano approvati dall’organo competente entro il 31 dicembre 2020, con pubblicazione del bando entro i successivi dodici mesi dall’approvazione dei predetti progetti. Le modifiche dei commi 14 e 27-bis sono di coordinamento con l’introduzione del comma 27-octies. La modifica al comma 27-sexies è tesa a sbloccare l’iter di pubblicazione del bando di gara per l’affidamento di concessioni autostradali già scadute o di prossima scadenza e quindi a consentire l’immediato sblocco degli investimenti, onde procedere anche agli urgenti interventi di messa in sicurezza sulle tratte autostradali. L’introduzione del comma 27-octies prevede l’adozione di un unico regolamento di esecuzione, attuazione e integrazione del codice dei contratti disponendo che i decreti attuativi del codice, indicati nel medesimo comma, fino ad ora emanati, rimangono in vigore o restano efficaci fino alla data di entrata in vigore del medesimo regolamento.

La disposizione contenuta al comma 2 dell’articolo del decreto-legge che si illustra apporta modificazioni all’articolo 1 della legge 30 dicembre 2018, n. 145, abrogando il comma 912. La modifica è necessaria quale coordinamento con le modifiche effettuate all’articolo 36, comma 2, del codice dei contratti pubblici.

Con il comma 3 si introduce una norma transitoria riguardante l’applicazione delle disposizioni introdotte nel codice dei contratti pubblici, unitamente all’abrogazione relativa all’articolo 1, comma 912, della citata legge n. 145 del 2018, dal presente decreto, al fine di assicurare l’effettivo coordinamento tra la previgente e la nuova disciplina.

La disposizione al comma 4 apporta modificazioni all’articolo 120 del codice del processo amministrativo, di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, e specificamente abroga i commi 2-bis e 6-bis, e apporta modificazioni ai commi 5, 7, 9 e 11.

La disposizione è volta a sopprimere il cosiddetto rito super accelerato che attualmente pende in Corte costituzionale e che è risultata, anche a seguito della consultazione pubblica effettuata dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, una norma che rischia di comprimere il diritto di difesa ex articolo 24 della Costituzione, prevedendo ulteriori oneri in capo alle imprese e che di fatto non sembra aver raggiunto il risultato di accelerare le procedure di affidamento dei contratti pubblici.

La norma al comma 5 stabilisce che le disposizioni di cui al comma 4 si applicano ai processi iniziati dopo la data di entrata in vigore del decreto-legge.

L’articolo 2 reca disposizioni relative alle procedure di affidamento in caso di crisi di impresa.

La norma al comma 1 apporta modificazioni all’articolo 110 del codice dei contratti pubblici e al comma 4 al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267.

Le disposizioni sono volte da una parte a eliminare i gravi problemi di coordinamento esistenti tra l’articolo 110 del codice dei contratti pubblici vigente e la disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa di cui al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267; dall’altra a rafforzare la ratio, presente nel codice dei contratti pubblici e nel codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, di cui al decreto legislativo 12 gennaio 2019, n. 14, di favor verso l’impresa momentaneamente in difficoltà tenendo pur sempre presente la tutela degli interessi dell’Amministrazione. La norma si pone quale disciplina transitoria sino all’entrata in vigore il 15 agosto 2020 del codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

L’articolo 3 reca disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche.

Al fine di semplificare e velocizzare la realizzazione di interventi edilizi, l’articolo reca una serie di novelle al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380. Si novella l’articolo 65 recante norme sulla denuncia dei lavori di realizzazione, nonché le norme relative alle attività edilizie in zone sismiche, prevedendo l’introduzione nel testo unico di nuove disposizioni recanti, tra l’altro, una classificazione degli interventi quali « rilevanti », « di minore rilevanza » e « privi di rilevanza », con l’introduzione di un diverso regime autorizzatorio rispetto alla legislazione vigente.

Tali modifiche sono:

– al citato articolo 65 del testo unico, in materia di denuncia dei lavori di realizzazione e relazione a struttura ultimata di opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica, il cui comma 1 viene sostituito prevedendo che le opere realizzate con materiali e sistemi costruttivi disciplinati dalle norme tecniche in vigore (e non più di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica, come previsto dalla norma vigente) prima del loro inizio, devono essere denunciate dal costruttore allo sportello unico, scomparendo la previsione che lo sportello provvede a trasmettere tale denuncia al competente ufficio tecnico regionale.

Il testo vigente del comma 1 prevede infatti che le opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica, prima del loro inizio, devono essere denunciate dal costruttore allo sportello unico, che provvede a trasmettere tale denuncia al competente ufficio tecnico regionale;

– viene poi sostituito il comma 3 del medesimo articolo 65, prevedendo che alla denuncia devono essere allegati:

a) il progetto dell’opera – non più in triplice copia, come previsto dalla norma vigente – firmato dal progettista, dal quale risultino in modo chiaro ed esauriente le calcolazioni eseguite, l’ubicazione, il tipo, le dimensioni delle strutture, e quanto altro occorre per definire l’opera sia nei riguardi dell’esecuzione sia nei riguardi della conoscenza delle condizioni di sollecitazione;

b) una relazione illustrativa – non più in triplice copia, come previsto dalla norma vigente – firmata dal progettista e dal direttore dei lavori, dalla quale risultino le caratteristiche, le qualità e le prestazioni dei materiali che verranno impiegati nella costruzione.

L’attuale norma prevede siano allegati:

a) il progetto dell’opera in triplice copia, firmato dal progettista, dal quale risultino in modo chiaro ed esauriente le calcolazioni eseguite, l’ubicazione, il tipo, le dimensioni delle strutture, e quanto altro occorre per definire l’opera sia nei riguardi dell’esecuzione sia nei riguardi della conoscenza delle condizioni di sollecitazione;

b) una relazione illustrativa in triplice copia firmata dal progettista e dal direttore dei lavori, dalla quale risultino le caratteristiche, le qualità e le dosature dei materiali che verranno impiegati nella costruzione;

– inoltre è sostituito il comma 4 della norma, prevedendo che lo sportello unico rilascia al costruttore, all’atto stesso della presentazione, l’attestazione dell’avvenuto deposito (anziché restituire una copia del progetto e della relazione con l’attestazione dell’avvenuto deposito);

– l’alinea del comma 6 è sostituito prevedendo che, ultimate le parti della costruzione che incidono sulla stabilità della stessa, entro il termine di sessanta giorni, il direttore dei lavori deposita allo sportello unico una relazione sull’adempimento degli obblighi di cui ai commi 1, 2 e 3, allegando la documentazione prevista. La norma vigente prevede che tale deposito avvenga « a strutture ultimate »;

– è sostituito il comma 7 della norma prevedendo che, all’atto della presentazione della relazione di cui al comma 6, lo sportello unico rilascia al direttore dei lavori l’attestazione dell’avvenuto deposito su una copia della relazione e provvede altresì a trasmettere tale relazione al competente ufficio tecnico regionale. Il comma 7 vigente prevede invece che lo sportello unico restituisce al direttore dei lavori, all’atto stesso della presentazione, una copia della relazione di cui al comma 6 con l’attestazione dell’avvenuto deposito, e provvede a trasmettere una copia di tale relazione al competente ufficio tecnico regionale;

– è sostituito il comma 8-bis, il quale prevede che agli interventi di cui all’articolo 94-bis, comma 1, lettera b), numero 2), e lettera c), numero 1), non si applicano le disposizioni di cui ai commi 6, 7 e 8;

– viene altresì novellato l’articolo 67 del medesimo testo unico, in materia di collaudo statico. Tale norma prevede che per gli interventi di cui all’articolo 94-bis, comma 1, lettera b), numero 2), e lettera c), numero 1), il certificato di collaudo sia sostituito dalla dichiarazione di regolare esecuzione resa dal direttore dei lavori;

– si novella l’articolo 93, in materia di denuncia dei lavori e presentazione dei progetti di costruzioni in zone sismiche, sostituendo i commi 3, 4 e 5, mutando la normativa in materia di presentazione di progetti di costruzione in zone sismiche ed in particolare prevedendo rispettivamente: al nuovo comma 3, che il contenuto minimo del progetto sia determinato dal competente ufficio tecnico della regione. In ogni caso il progetto deve essere esauriente per planimetria, piante, prospetti e sezioni, relazione tecnica, e dagli altri elaborati previsti dalle norme tecniche; al nuovo comma 4, che i progetti relativi ai lavori di cui all’articolo in esame siano accompagnati da una dichiarazione del progettista che asseveri il rispetto delle norme tecniche per le costruzioni e la coerenza tra il progetto esecutivo riguardante le strutture e quello architettonico, nonché il rispetto delle eventuali prescrizioni sismiche contenute negli strumenti di pianificazione urbanistica; al nuovo comma 5, che per tutti gli interventi il preavviso scritto con il contestuale deposito del progetto e dell’asseverazione di cui al comma 4 è valido anche agli effetti della denuncia dei lavori di cui all’articolo 65.

Le attuali disposizioni vigenti prevedono che il contenuto minimo del progetto è determinato dal competente ufficio tecnico della regione. In ogni caso il progetto deve essere esauriente per planimetria, piante, prospetti e sezioni ed accompagnato da una relazione tecnica, dal fascicolo dei calcoli delle strutture portanti, sia in fondazione sia in elevazione, e dai disegni dei particolari esecutivi delle strutture (comma 3). Al progetto deve inoltre essere allegata una relazione sulla fondazione, nella quale devono essere illustrati i criteri seguiti nella scelta del tipo di fondazione, le ipotesi assunte, i calcoli svolti nei riguardi del complesso terreno-opera di fondazione (comma 4). La relazione sulla fondazione deve essere corredata da grafici o da documentazioni, in quanto necessari (comma 5).
L’articolo 3 del decreto-legge introduce nel testo unico in materia edilizia anche un nuovo articolo 94-bis, recante disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche.
La norma prevede che ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui a capi I, II e IV della parte II del testo unico (si tratta della parte relativa alla normativa tecnica per l’edilizia, il cui capo I riguarda disposizioni di carattere generale, il capo II la disciplina delle opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica e il capo IV i provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche) sono considerati, nel rispetto di quanto previsto agli articoli 52 e 83:

a) interventi « rilevanti » nei riguardi della pubblica incolumità:

1) gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico di costruzioni esistenti nelle località sismiche ad alta sismicità (Zona 1 e Zona 2);

2) le nuove costruzioni che si discostino dalle usuali tipologie o che per la loro particolare complessità strutturale richiedano più articolate calcolazioni e verifiche;

3) gli interventi relativi ad edifici di interesse strategico e alle opere infrastrutturali la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile, nonché relativi agli edifici e alle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un loro eventuale collasso;

b) interventi di « minore rilevanza » nei riguardi della pubblica incolumità:

1) gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico di costruzioni esistenti nelle località sismiche a media sismicità (Zona 3);

2) le riparazioni e gli interventi locali sulle costruzioni esistenti;

3) le nuove costruzioni che non rientrano nella fattispecie di cui alla lettera a), numero 2);

c) interventi « privi di rilevanza » nei riguardi della pubblica incolumità, quali quelli che, per loro caratteristiche intrinseche e per destinazione d’uso, non costituiscono pericolo per la pubblica incolumità.

Il comma 2 della nuova norma demanda, per i medesimi fini di cui al comma 1, al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, la definizione di linee guida per l’individuazione, dal punto di vista strutturale, degli interventi di cui al comma 1, nonché delle varianti di carattere non sostanziale per le quali non occorre il preavviso di cui all’articolo 93 in materia di denuncia dei lavori e presentazione dei progetti di costruzioni in zone sismiche (che, si ricorda, è novellato dal medesimo articolo 3 del decreto-legge).
Si prevede che, nelle more dell’emanazione delle linee guida, le regioni possano comunque dotarsi di specifiche elencazioni o confermare le disposizioni vigenti. A seguito dell’emanazione delle linee guida, le regioni adottano specifiche elencazioni di adeguamento delle stesse.
Il comma 3 dell’articolo 94-bis dispone che fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, non si possono iniziare lavori relativi ad interventi « rilevanti » senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della regione, in conformità all’articolo 94.
L’articolo 94 del testo unico, in materia di autorizzazione per l’inizio dei lavori prevede che fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, nelle località sismiche, ad eccezione di quelle a bassa sismicità all’uopo indicate nei decreti di cui all’articolo 83, non si possono iniziare lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della regione (comma 1). L’autorizzazione è rilasciata entro sessanta giorni dalla richiesta, ed entro quaranta giorni dalla stessa in riferimento ad interventi finalizzati all’installazione di reti di comunicazione elettronica a banda ultralarga, e viene comunicata al comune, subito dopo il rilascio, per i provvedimenti di sua competenza (comma 2, come modificato dall’articolo 8-bis, comma 5, decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12). Avverso il provvedimento relativo alla domanda di autorizzazione, o nei confronti del mancato rilascio entro il termine di cui al comma 2, è ammesso ricorso al presidente della giunta regionale che decide con provvedimento definitivo. I lavori devono essere diretti da un ingegnere, architetto, geometra o perito edile iscritto nell’albo, nei limiti delle rispettive competenze.
Il comma 4 della nuova disposizione prevede che fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, e in deroga a quanto previsto all’articolo 94, comma 1, le disposizioni di cui al comma 3 non si applicano per lavori relativi ad interventi di « minore rilevanza » o « privi di rilevanza », venendo meno per questi l’obbligo generale previsto dall’articolo 94 del testo unico.
In base al comma 5, per gli stessi interventi, non soggetti ad autorizzazione preventiva, le regioni possono istituire controlli anche con modalità a campione.
Il comma 6 fa salve le procedure di cui agli articoli 65 e 67 comma 1 del testo unico (oggetto di novella da parte della proposta in esame).

L’articolo 4 reca disposizioni in materia di commissari straordinari e interventi sostitutivi
Al comma 1 si prevede che, per gli interventi infrastrutturali ritenuti prioritari, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentito il Ministro dell’economia e delle finanze, disponga la nomina di uno o più Commissari straordinari. Allo scopo di poter celermente stabilire le condizioni per l’effettiva realizzazione dei lavori, il comma 2 stabilisce che i Commissari straordinari (individuabili anche nell’ambito delle società a prevalente capitale pubblico), cui spetta l’assunzione di ogni determinazione ritenuta necessaria per l’avvio ovvero la prosecuzione dei lavori, anche sospesi, provvedono all’eventuale rielaborazione e approvazione dei progetti non ancora appaltati, operando in raccordo con i Provveditorati interregionali alle opere pubbliche, anche mediante specifici protocolli operativi per l’applicazione delle migliori pratiche. L’approvazione dei progetti da parte dei Commissari straordinari, d’intesa con i Presidenti delle regioni e delle province autonome territorialmente competenti, sostituisce, ad ogni effetto di legge, ogni autorizzazione, parere, visto e nulla osta occorrenti per l’avvio o la prosecuzione dei lavori, fatta eccezione per quelli relativi alla tutela di beni culturali e paesaggistici, per i quali il termine di conclusione del procedimento è fissato in misura comunque non superiore a sessanta giorni, decorso il quale, ove l’autorità competente non si sia pronunciata, l’autorizzazione, il parere favorevole, il visto o il nulla osta si intendono rilasciati, nonché per quelli in materia ambientale per i quali i termini dei relativi procedimenti sono dimezzati.
Il comma 3 prevede che, per l’esecuzione degli interventi di cui individuati ai sensi del comma 1, i Commissari straordinari possono essere abilitati ad assumere direttamente le funzioni di stazione appaltante e operano in deroga alle disposizioni di legge in materia di contratti pubblici, fatto salvo il rispetto delle disposizioni del codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, nonché dei vincoli inderogabili derivanti dall’appartenenza all’Unione europea. Si stabilisce inoltre che, per le occupazioni di urgenza e per le espropriazioni delle aree occorrenti per l’esecuzione degli interventi, i Commissari straordinari, con proprio decreto, provvedano alla redazione dello stato di consistenza e del verbale di immissione in possesso dei suoli anche con la sola presenza di due rappresentanti della regione o degli enti territoriali interessati, prescindendo da ogni altro adempimento.
Il comma 4 definisce le modalità con cui operano i Commissari straordinari, prevedendo il raccordo con la struttura di cui all’articolo 1, comma 179, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, e la trasmissione al Comitato interministeriale per la programmazione economica dei progetti approvati, del cronoprogramma dei lavori e del relativo stato di avanzamento. I Commissari segnalano altresì semestralmente al Comitato interministeriale per la programmazione economica eventuali anomalie e significativi scostamenti rispetto ai termini fissati nel cronoprogramma di realizzazione delle opere, anche ai fini della valutazione di definanziamento degli interventi.
Al comma 5 si prevede che con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, siano stabiliti i termini, le modalità, le tempistiche, la struttura e il compenso da conferire ai Commissari straordinari per l’esecuzione delle attività. Inoltre, la disposizione stabilisce espressamente che gli oneri per i compensi dei Commissari straordinari sono posti a carico dei quadri economici degli interventi da realizzare o completare e che tali compensi sono stabiliti in misura non superiore a quella indicata all’articolo 15, comma 3, del citato decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98. Infine si stabilisce che i commissari possono avvalersi di strutture dell’amministrazione centrale o territoriale interessata nonché di società controllate dallo Stato o dalle regioni.
Al comma 6 si prevede la nomina di un Commissario straordinario incaricato di sovraintendere alla programmazione, progettazione, affidamento ed esecuzione degli interventi sulla rete viaria della Regione siciliana al fine di fronteggiare la situazione di grave degrado in cui versa la rete viaria della regione, ancor più acuitasi in conseguenza dei recenti eventi meteorologici che hanno interessato vaste aree del territorio, ed allo scopo di programmare immediati interventi di riqualificazione, miglioramento e rifunzionalizzazione della stessa rete viaria al fine di conseguire idonei standard di sicurezza stradale e adeguata mobilità. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentito il Ministro dell’economia e delle finanze, d’intesa con il Presidente della Giunta regionale siciliana, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, è nominato il Commissario straordinario incaricato di sovraintendere alla programmazione, progettazione, affidamento ed esecuzione degli interventi sulla rete viaria della Regione siciliana di cui al decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 16 febbraio 2018, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 100 del 2 maggio 2018. Sempre con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono definiti le modalità, le tempistiche, la struttura e i poteri straordinari da conferire al commissario per l’esecuzione delle attività di cui al presente comma. In particolare l’esigenza rappresentata dalla Regione siciliana attiene ad interventi da praticare sulle strade provinciali, intercomunali e locali, riguardanti in larga parte attività di manutenzione straordinaria.
Al comma 7 si stabilisce che alla data di entrata in vigore del decreto si ritengono conclusi i programmi infrastrutturali « 6000 Campanili » e « Nuovi Progetti di Intervento », di cui al decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, e al decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164. Il medesimo comma introduce un nuovo programma per i « Piccoli Comuni », il cui finanziamento è previsto mediante l’utilizzo delle somme non utilizzate relative ai suddetti programmi cessati. A tal fine, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge sarà emanato un decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, di ricognizione delle somme relative ai predetti programmi iscritte nel bilancio dello Stato e non più dovute. Le stesse dovranno essere versate all’entrata del bilancio dello Stato nell’anno 2019, per essere successivamente riassegnate ad apposito capitolo di spesa da istituire nello stato di previsione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per il finanziamento del nuovo Programma di interventi infrastrutturali per Piccoli Comuni fino a 3.500 abitanti.
L’esatta quantificazione delle somme, comprensiva di quelle iscritte in conto residui, con esclusione di quelle perenti, è rimessa al suddetto decreto ministeriale di ricognizione.
I commi da 8 a 12 disciplinano la realizzazione e il completamento delle opere di cui all’articolo 86 della legge 27 dicembre 2002, n. 289. In particolare il comma 8 prevede l’emanazione di un decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con il Ministero dell’economia e delle finanze, sulla base della ricognizione delle pendenze di cui all’articolo 49, comma 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, che individui:

a) le amministrazioni competenti che subentrano nei rapporti attivi e passivi della cessata gestione commissariale, rispetto all’avvio ovvero al completamento degli interventi di cui all’articolo 86 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, con relativa indicazione delle modalità e delle tempistiche occorrenti per l’avvio o il completamento degli interventi stessi;

b) le amministrazioni competenti cui trasferire gli interventi completati da parte della gestione commissariale;

c) i centri di costo delle amministrazioni competenti cui trasferire le risorse presenti sulla contabilità speciale n. 3250, intestata al commissario ad acta, provenienti dalla contabilità speciale n. 1728, di cui all’articolo 86, comma 3, della legge 27 dicembre 2002, n. 289.

Al comma 9 si prevede che, nell’ambito degli interventi di cui al comma 8, la regione Campania provveda al completamento delle attività relative al « Collegamento A3 (Contursi) – SS 7var (Lioni) – A16 (Grottaminarda) – A14 (Termoli). Tratta campana Strada a scorrimento veloce Lioni-Grottaminarda », subentrando nei rapporti attivi e passivi in essere. La regione Campania è autorizzata alla liquidazione delle somme spettanti alle imprese esecutrici utilizzando risorse finanziarie nella propria disponibilità, comunque destinate al completamento del citato collegamento e provvede alle occorrenti attività di esproprio funzionali alla realizzazione dell’intervento. La regione Campania può affidare eventuali contenziosi all’Avvocatura dello Stato, previa stipula di apposita convenzione, ai sensi dell’articolo 107, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616.
Al comma 10 si prevede che con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, sia costituito apposito Comitato di vigilanza per l’attuazione degli interventi di completamento della strada a scorrimento veloce « Lioni-Grottaminarda », anche ai fini dell’individuazione dei lotti funzionali alla realizzazione dell’opera. La costituzione ed il funzionamento del Comitato, composto da cinque componenti di qualificata professionalità ed esperienza ai quali non spettano compensi, gettoni di presenza, rimborsi spesa o altri emolumenti comunque denominati, non comporta nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Al comma 11, ai fini degli effetti finanziari derivanti dalle previsioni di cui ai commi 8 e 9, si prevede che le risorse esistenti sulla contabilità speciale n. 3250, intestata al commissario ad acta, provenienti dalla contabilità speciale n. 1728, di cui all’articolo 86, comma 3, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, siano riassegnate, ove necessario, alle amministrazioni titolari degli interventi.
Da ultimo, al comma 12, ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, è specificato che per l’esecuzione degli interventi di cui ai commi 8 e 9 si applicano le disposizioni di cui all’articolo 74, comma 2, del testo unico delle leggi per gli interventi nei territori della Campania, Basilicata, Puglia e Calabria colpiti dagli eventi sismici del novembre 1980, del febbraio 1981 e del marzo 1982, di cui al decreto legislativo 30 marzo 1990, n. 76.

L’ articolo 5 del decreto-legge reca disposizioni in materia di in materia di rigenerazione urbana.
L’intervento normativo, nell’ottica del perseguimento del miglioramento della qualità e dell’efficienza dell’azione amministrativa, della riduzione degli oneri regolatori gravanti su cittadini e imprese e dell’accrescimento della competitività del Paese, nonché con lo scopo di garantire la certezza dei rapporti giuridici e la chiarezza del diritto, si pone l’obiettivo di rispondere a specifiche esigenze di ulteriormente snellire, semplificare e velocizzare i procedimenti sottesi alla realizzazione degli interventi edilizi. Ciò, al fine di consentire la necessaria e urgente ripresa dell’attività edilizia, settore nevralgico e trainante per lo sviluppo del Paese, per superare le criticità dello stesso, anche secondo quanto segnalato dagli operatori del settore, in modo da favorire la crescita e l’occupazione, in un contesto europeo volto a rilanciare la domanda e a far rinascere la fiducia nell’economia nazionale ed europea anche rispetto agli operatori internazionali.
In particolare, la disposizione si pone, innanzitutto, l’obiettivo di concorrere a indurre una drastica riduzione del consumo di suolo e a favorire la rigenerazione del patrimonio edilizio esistente, a incentivare la razionalizzazione di detto patrimonio edilizio, nonché a promuovere e agevolare la riqualificazione di aree urbane degradate con presenza di funzioni eterogenee e tessuti edilizi disorganici o incompiuti, nonché di edifici a destinazione non residenziale dismessi o in via di dismissione, ovvero da rilocalizzare, tenuto conto anche della necessità di favorire lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili e di assicurare il miglioramento e l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio esistente, anche con interventi di demolizione e ricostruzione.
A tal fine, sono introdotte modifiche al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, destinate a rendere di più immediato avvio la realizzazione degli interventi edilizi e a semplificare le procedure.
L’articolo 2-bis del predetto testo unico in materia edilizia, prevede che, ferma restando la competenza statale in materia di ordinamento civile con riferimento al diritto di proprietà e alle connesse norme del codice civile e alle disposizioni integrative, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere, con proprie leggi e regolamenti, disposizioni derogatorie al decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, e possono dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell’ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali. Con la modifica introdotta attraverso il comma 1, lettera a), la richiamata disposizione viene resa obbligatoria (e non più facoltativa) e quindi maggiormente incisiva rispetto alle finalità prospettate.
Al predetto articolo 2-bis del decreto del Presidente della repubblica n. 380 del 2001 si aggiungono inoltre due nuovi commi 1-bis e 1-ter (comma 1, lettera b)). Si stabilisce che le disposizioni del comma 1 (come modificate ai sensi del comma 1, lettera a), dell’articolo in esame) sono finalizzate a orientare i comuni nella definizione di limiti di densità edilizia, altezza e distanza dei fabbricati negli ambiti urbani consolidati del proprio territorio (nuovo comma 1-bis) e che in ogni caso di intervento di demolizione e ricostruzione, quest’ultima è comunque consentita nel rispetto delle distanze preesistenti purché sia effettuata assicurando la coincidenza dell’area di sedime e del volume dell’edificio ricostruito con quello demolito (nuovo comma 1-ter).

Capo II – Disposizioni relative agli eventi sismici della regione Molise e dell’area etnea

Il capo II disciplina gli interventi urgenti per la ricostruzione nei territori colpiti dagli eventi sismici verificatisi in Molise il 16 agosto 2018 e nell’area etnea il 26 dicembre 2018 e di cui alle delibere del Consiglio dei ministri del 6 settembre 2018 e del 28 dicembre 2018.
È disciplinata la governance per la ricostruzione, che prevede il coordinamento di Commissari straordinari all’uopo nominati con apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
Nel capo sono contenute poi le norme sulla ricostruzione degli immobili pubblici e privati. Sono altresì disciplinate le regole specifiche per l’affidamento degli interventi sulle opere pubbliche e per l’attribuzione dei contributi finalizzati alla riparazione e ricostruzione dei beni privati, nonché le misure per il sostegno alle attività economiche ed alle imprese danneggiate dall’evento calamitoso e per la ripresa dello sviluppo economico nelle zone colpite, ivi comprese le misure in favore delle attività economiche operanti in tali zone e per sostenere gli enti locali interessati. Obiettivo principale delle presenti disposizioni è quello di determinare, per la popolazione colpita dai predetti eventi calamitosi, condizioni per l’immediata ripresa del territorio in conformità con quanto disciplinato in occasione degli ultimi eventi sismici verificatisi sul territorio nazionale, come, ad esempio, le principali disposizioni di cui al decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 dicembre 2016, n. 229.

All’articolo 6 è preliminarmente individuato l’ambito territoriale di operatività dei Commissari straordinari, che, nominati dal Presidente del Consiglio dei ministri, d’intesa con i Presidenti delle Giunte regionali competenti per territorio, con proprio decreto, hanno l’obiettivo di concretizzare la corretta ricostruzione e il recupero culturale, sociale ed economico del territorio. In particolare, detti Commissari hanno il compito di assicurare una ricostruzione unitaria e omogenea nei territori colpiti, anche attraverso specifici piani di delocalizzazione e trasformazione finalizzati alla riduzione del rischio sismico ed idrogeologico e alla tutela paesaggistica. A tal fine, programmano l’uso delle risorse finanziarie e adottano le direttive necessarie per la progettazione ed esecuzione degli interventi, nonché per la determinazione dei contributi spettanti ai beneficiari sulla base di indicatori del danno, della vulnerabilità e di costi parametrici. La durata delle predette gestioni straordinarie è stabilita fino alla data del 31 dicembre 2021.

All’articolo 7 vengono elencati, nello specifico, le funzioni e i poteri dei Commissari, che operano in raccordo con il Dipartimento della protezione civile e, a seconda degli ambiti di competenza, rispettivamente con i Commissari delegati nominati ai sensi delle ordinanze di protezione civile, al fine di coordinare le attività disciplinate dal presente capo con gli interventi relativi al superamento dei rispettivi stati di emergenza.
Oltre alle funzioni di direzione e coordinamento degli interventi di ricostruzione pubblica e privata ed al raccordo con gli organismi di protezione civile per le attività di rispettiva competenza, di fondamentale importanza è il compito, dei predetti Commissari, di operare, secondo criteri omogenei, ricognizioni complessive dei danni, al fine di definire la programmazione delle risorse nei limiti di quelle rispettivamente assegnate. I Commissari provvedono altresì, d’intesa con il Dipartimento della protezione civile, alla redazione di un piano finalizzato a dotare i comuni interessati dall’evento sismico degli studi di microzonazione sismica di terzo livello, disciplinando la concessione di contributi ai comuni indicati all’allegato 2 del decreto.

L’articolo 8 prevede che, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, sia istituito un fondo per la ricostruzione delle aree colpite dagli eventi sismici. Prevede inoltre che ai Commissari straordinari siano intestate apposite contabilità speciali su cui vengano assegnate le risorse stanziate e ripartite dal medesimo articolo.

L’articolo 9 disciplina la ricostruzione privata, demandando ai Commissari straordinari l’adozione di provvedimenti nei quali sono individuate le modalità dei diversi interventi di riparazione, di ripristino, di ricostruzione, di delocalizzazione e trasformazione di immobili di edilizia abitativa e ad uso produttivo e per servizi pubblici e privati, delle infrastrutture, delle dotazioni territoriali e delle attrezzature pubbliche distrutte o danneggiate, in relazione al danno effettivamente subito. Inoltre sono analiticamente elencate le tipologie di danni in relazione ai quali si potrà fruire di contributi, ove sia documentata la sussistenza di nesso causale tra la distruzione o danneggiamento e l’evento sismico in rassegna. I contributi previsti sono quantificati fino al 100 per cento dei costi sostenuti dai richiedenti per gli immobili siti nei comuni dei territori colpiti dal sisma. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano nei limiti del rispetto delle condizioni previste dall’Unione europea in materia di aiuti di Stato.

L’articolo 10 contiene le regole specifiche sull’entità dei contributi che possono essere in concreto riconosciuti ai soggetti legittimati, sulla base dei parametri fissati dall’articolo 9, individuandone l’estensione in relazione al livello di danno subito dall’immobile e agli interventi conseguentemente necessari. Si precisa che il contributo deve intendersi al netto delle eventuali altre provvidenze pubbliche percepite dall’interessato per le medesime finalità.

Nell’articolo 11 sono dettate le prescrizioni tecniche generali per la ricostruzione, il ripristino, la delocalizzazione e la riparazione degli immobili distrutti o danneggiati dall’evento sismico e viene specificato, limitatamente agli interventi di riparazione e ripristino, che le opere di miglioramento o di adeguamento sismico debbano conseguire il massimo livello di sicurezza, compatibile in termini tecnico-economici con la tipologia dell’immobile, nel rispetto della normativa di settore. Per quanto riguarda la riparazione, il ripristino o la ricostruzione degli immobili di « interesse strategico » di cui al decreto del Capo del Dipartimento della protezione civile 21 ottobre 2003 e quelli ad uso scolastico colpiti dal sisma, l’intervento deve conseguire l’adeguamento sismico ai sensi delle vigenti norme per le ricostruzioni. Quanto invece alla riparazione o al ripristino degli immobili soggetti alla tutela del codice dei beni culturali e del paesaggio, è specificato che l’intervento di miglioramento sismico debba conseguire il massimo livello di sicurezza, compatibile con le concomitanti esigenze di tutela e conservazione dell’identità culturale del bene stesso.

L’articolo 12 disciplina le modalità di concessione e di erogazione dei contributi, le cui domande sono presentate dagli interessati ai comuni di riferimento. Alla domanda devono essere allegate, oltre alla documentazione necessaria per il rilascio del titolo edilizio, la relazione tecnica asseverata a firma di un professionista abilitato, attestante la riconducibilità causale diretta dei danni esistenti agli eventi sismici in parola, con eventuale scheda AeDES o ordinanza di sgombero, il progetto degli interventi proposti con l’indicazione delle attività di ricostruzione e riparazione necessarie, nonché degli interventi di miglioramento sismico. All’esito della predetta istruttoria, il comune rilascia il titolo edilizio. Al termine della verifica i comuni trasmettono ai rispettivi Commissari straordinari la proposta di concessione del contributo e quest’ultimo definisce il procedimento e concede il contributo nella misura ritenuta congrua. Viene specificato che i contributi sono erogati sulla base di stati di avanzamento lavori relativi all’esecuzione degli stessi, alle prestazioni di servizi ed alle acquisizioni di beni necessari all’esecuzione degli interventi ammessi a contributo. Le strutture commissariali procedono altresì, avvalendosi del Provveditorato alle opere pubbliche territorialmente competente, a verifiche a campione sugli interventi per i quali sia stato adottato il decreto di concessione dei contributi.

Con l’articolo 13 si disciplina la ricostruzione pubblica. Con provvedimenti del Commissario straordinario sono dettate disposizioni in ordine alle modalità di finanziamento degli interventi da eseguire sulle varie tipologie di immobili pubblici o di uso pubblico, nonché sono predisposti appositi piani finalizzati ad assicurare la funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture. Sono altresì approntati piani di intervento sui beni culturali, sulla difesa del suolo, in relazione al dissesto idrogeologico. Gli interventi che rivestono un’importanza essenziale ai fini della ricostruzione dei territori colpiti vengono individuati con specifica motivazione commissariale in sede di approvazione dei piani e la realizzazione dei predetti interventi costituisce presupposto per l’applicazione della procedura di cui all’articolo 63, comma 1, del codice dei contratti pubblici, di cui al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50. Nel rispetto dei principi di trasparenza, concorrenza e rotazione, l’invito contenente l’indicazione dei criteri di aggiudicazione dell’appalto è rivolto, sulla base del progetto definitivo, ad almeno cinque operatori economici iscritti nell’Anagrafe antimafia e viene individuata la procedura da attuare in mancanza di un numero sufficiente di operatori economici iscritti nella predetta anagrafe. I lavori vengono affidati sulla base della valutazione delle offerte effettuate da una commissione giudicatrice costituita ai sensi dell’articolo 77 del codice dei contratti pubblici. Viene altresì stabilito che gli enti territoriali delle regioni colpite, previa specifica intesa, provvedano all’espletamento delle procedure di gara relativamente agli immobili di loro proprietà, mentre i Commissari provvedono alla diretta attuazione degli interventi pubblici di proprietà statale, ripristinabili con miglioramento sismico. Sulla base delle priorità stabilite dai Commissari ed in coerenza con i piani di cui al comma 2, i soggetti attuatori indicati all’articolo 14, oppure i comuni interessati, provvedono alla predisposizione ed all’invio dei progetti ai predetti Commissari. Tali soggetti possono procedere all’affidamento di incarichi ad uno o più operatori economici di cui all’articolo 46 del citato codice dei contratti pubblici, esclusivamente in caso di indisponibilità al proprio interno di personale in possesso della necessaria professionalità e per importi inferiori a quelli di cui all’articolo 35 del predetto codice, mediante procedure negoziate con almeno cinque professionisti. L’approvazione definitiva dei progetti definitivi e l’adozione del decreto di concessione sono adottati dai Commissari straordinari.

All’articolo 14 vengono indicati i soggetti attuatori degli interventi relativi alle opere pubbliche ed ai beni culturali, ossia la regione Molise e la Regione siciliana, il Ministero per i beni e le attività culturali ovvero la competente Soprintendenza, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, l’Agenzia del demanio, i comuni, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, i soggetti gestori o proprietari delle infrastrutture, le diocesi, limitatamente agli interventi sugli immobili di proprietà di enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e di importo inferiore alla soglia di rilevanza europea di cui all’articolo 35 del codice dei contratti pubblici, le province o città metropolitane.

L’articolo 15 dispone che, in caso di distruzione o danneggiamento grave di beni mobili e di beni mobili registrati, possa essere assegnato un contributo secondo modalità e criteri da definire con provvedimenti adottati dai Commissari straordinari, anche in relazione al limite massimo del contributo per ciascuna famiglia anagrafica, come risultante dallo stato di famiglia alla data dei rispettivi eventi sismici. In ogni caso, per i beni mobili non registrati, può essere concesso solo un contributo forfettario.

Con l’articolo 16 viene prevista una disciplina volta a rendere più agevole ed immediata la verifica delle condizioni soggettive degli operatori economici selezionati dall’esecutore degli interventi su opere pubbliche. A tal fine i Commissari straordinari si avvalgono della Struttura e delle procedure di cui all’articolo 30 del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 dicembre 2016, n. 229, nonché dell’Anagrafe antimafia ivi prevista. In questo articolo vengono anche definite le fonti di finanziamento della struttura, suddivise tra la contabilità speciale del sisma dell’area etnea e quella del Commissario straordinario per il sisma del centro Italia.

L’articolo 17 disciplina l’affidamento degli incarichi di progettazione e direzione dei lavori, per la ricostruzione o riparazione e ripristino degli immobili privati danneggiati dagli eventi sismici, a professionisti iscritti agli ordini e collegi professionali. Determina altresì il contributo massimo, a carico dei rispettivi Commissari straordinari, per tutte le attività tecniche poste in essere per la ricostruzione privata, stabilito nella misura, al netto dell’IVA e dei versamenti previdenziali, del 10 per cento, incrementabile fino al 12,5 per cento per i lavori di importo inferiore ad euro 500.000, mentre per i lavori di importo superiore ad euro 2 milioni il contributo massimo è pari al 7,5 per cento. È demandata ad appositi provvedimenti dei Commissari straordinari l’individuazione dei criteri e delle modalità di erogazione del contributo sopra indicato, nonché un eventuale contributo aggiuntivo, per le sole indagini o prestazioni specialistiche, nella misura massima del 2,5 per cento – di cui lo 0,5 per cento per l’analisi di risposta sismica locale da parte di progettisti geologi o ingegneri – al netto dell’IVA e dei versamenti previdenziali. Per le opere pubbliche, compresi i beni culturali di competenza delle diocesi e del Ministero per i beni e le attività culturali, è demandata ad appositi provvedimenti dei Commissari straordinari la fissazione della soglia massima di assunzione di incarichi contemporanei. Al comma 4 viene stabilito che in riferimento alle opere pubbliche è demandata ad appositi provvedimenti dei Commissari straordinari la determinazione dei criteri finalizzati ad evitare concentrazioni di incarichi. È altresì disposto che l’affidamento degli incarichi di progettazione e dei servizi di architettura e ingegneria, per importi inferiori a quelli di cui all’articolo 35 del codice dei contratti pubblici, avviene mediante procedure negoziate previa consultazione, ove esistenti, di almeno dieci professionisti; inoltre è prevista l’applicazione del prezzo più basso, consentendo un’accelerazione nell’aggiudicazione di tali servizi, mediante il ricorso ad un meccanismo di valutazione delle offerte semplificato quale il criterio del prezzo più basso. Agli oneri derivanti dall’affidamento degli incarichi di progettazione e di quelli previsti dall’articolo 23, comma 11, del codice dei contratti pubblici, si provvede con le risorse delle contabilità speciali di cui all’articolo 8 del decreto-legge.

L’articolo 18 prevede le modalità di individuazione e il trattamento economico del personale delle strutture commissariali. I Commissari straordinari, nell’ambito delle proprie competenze e funzioni, operano in piena autonomia amministrativa, finanziaria e contabile in relazione alle risorse assegnate e disciplinano l’articolazione interna della struttura di supporto. È definito, nel dettaglio, il trattamento economico da corrispondere al personale dirigenziale non generale e non dirigenziale in servizio presso le strutture, utilizzando come parametro di riferimento il trattamento economico della Presidenza del Consiglio dei ministri. Tali disposizioni trovano applicazione con riferimento al personale dirigenziale e non dirigenziale.
Per il funzionamento delle strutture è infine prevista la possibilità che i Commissari straordinari dispongano, con propri provvedimenti, la corresponsione di compensi per prestazioni accessorie rese dal personale dirigenziale e non dirigenziale ivi assegnato, anche in deroga alla normativa di settore vigente e nei limiti di spesa complessivi di euro 642.000 euro per l’anno 2019, di euro 700.000 euro per il 2020 e di euro 700.000 per il 2021, a valere sulle risorse presenti nelle contabilità speciali di cui all’articolo 8.

L’articolo 19 dispone la concessione di contributi finalizzati a favorire la ripresa produttiva delle imprese del settore turistico, dei servizi connessi, dei pubblici esercizi e del commercio e artigianato, nonché delle imprese che svolgono attività agrituristica, che risultino insediate da almeno dodici mesi antecedenti agli eventi sismici nei comuni di cui all’allegato 1 e che abbiano registrato, nei tre mesi successivi agli eventi sismici, una significativa riduzione del fatturato annuo rispetto a quello calcolato sulla media del medesimo periodo del triennio precedente. Il limite complessivo degli oneri connessi a tali contributi è di 2 milioni di euro per l’anno 2019 e di 2 milioni di euro per l’anno 2020, a valere sulle risorse disponibili di cui all’articolo 8. I criteri, le procedure, le modalità di concessione e di calcolo dei citati contributi e di riparto delle indicate risorse tra i comuni interessati sono stabiliti con provvedimenti dei Commissari straordinari, nel rispetto della normativa europea sugli aiuti di Stato, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto.

L’articolo 20 disciplina la sospensione dei termini e l’esenzione da imposte in riferimento alla popolazione ed ai territori ricompresi nell’ambito di applicazione del decreto. In particolare gli immobili inagibili non concorrono alla formazione del reddito imponibile e non concorrono al calcolo dell’ISEE, fino alla loro ricostruzione e agibilità. Gli stessi fabbricati sono esenti dall’applicazione dell’imposta municipale propria di cui all’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e dal tributo per i servizi indivisibili di cui all’articolo 1, comma 639, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, a decorrere dalla rata scadente successivamente alle date degli eventi sismici indicate nelle delibere di cui all’articolo 6, fino alla definitiva ricostruzione o agibilità dei fabbricati stessi e comunque fino all’anno di imposta 2020.
Sono stabiliti, anche nella forma di anticipazione, i criteri e le modalità per il rimborso ai comuni interessati del minor gettito connesso all’esenzione di cui al secondo periodo.
Si prevede inoltre che le autorità di regolazione con propri provvedimenti adottati entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, possano prevedere, per i comuni di cui all’allegato 1, esenzioni dal pagamento delle forniture di energia elettrica, gas, acqua e telefonia.
L’articolo prevede anche che i Commissari straordinari siano autorizzati a concedere, con propri provvedimenti, a valere sulle risorse delle contabilità speciali di cui all’articolo 8, comma 2, un’apposita compensazione per garantire la continuità dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

Capo III – Disposizioni relative agli eventi sismici dell’Abruzzo nell’anno 2009, del centro Italia negli anni 2016 e 2017 e nei comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno dell’Isola di Ischia nel 2017

Il capo III contiene le norme necessarie a rilanciare il processo della ricostruzione nelle aree colpite dal sisma del 2016 e 2017 nel Centro Italia e in Abruzzo 2009, disposizioni relative al sisma dei comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno dell’Isola di Ischia del 2017, nonché altre norme relative al servizio nazionale di protezione civile.
Con l’articolo 21 si prevede la prosecuzione, anche per il 2019, dell’erogazione di un contributo al comune dell’Aquila, che ha la finalità di compensare le minori entrate e le maggiori uscite in conseguenza del sisma del 2009, per l’importo di 10 milioni di euro.
L’articolo prevede inoltre lo stanziamento, anche per il 2019, dell’importo di 500.000 euro, trasferiti all’ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del cratere, competente anche per gli interventi nei comuni fuori cratere ai sensi di quanto previsto all’articolo 67-ter, comma 2, del citato decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, al fine di garantire l’espletamento delle attività necessarie allo smaltimento delle pratiche relative ai comuni fuori cratere, la cui attività è in capo ai comuni capofila delle aree omogenee individuate.
All’articolo 22, il comma 1 modifica l’articolo 50 del citato decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, (struttura del Commissario straordinario e misure per il personale impiegato in attività emergenziali).
Alla lettera a) viene eliminato il limite massimo delle unità di personale da adibire alla predetta struttura commissariale, da individuare tra il personale delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, fermo restando il tetto delle duecentoventicinque unità in dotazione.
Alla lettera b) sono previste le modalità con le quali il Commissario straordinario provvede agli oneri economici a proprio carico.
Alla lettera c) si subordina l’attribuzione degli incrementi stipendiali già riconosciuti ai dipendenti pubblici impiegati presso gli uffici speciali per la ricostruzione post sisma 2016, alla « previa verifica semestrale dei risultati raggiunti a fronte degli obiettivi assegnati dal Commissario straordinario e dai vice commissari ».
Il comma 2 introduce delle modifiche all’articolo 50-bis del decreto-legge 17 ottobre 2016, n. 189, (disposizioni concernenti il personale dei Comuni e del Dipartimento della protezione civile).
Alla lettera a) viene prevista la possibilità per i comuni interessati dagli eventi sismici di stipulare contratti a tempo parziale, nei limiti delle risorse finanziarie corrispondenti alle assunzioni autorizzate con il provvedimento del Commissario straordinario.
Alla lettera b) viene introdotta la possibilità per i comuni di rinnovare i contratti di collaborazione coordinata e continuativa del personale impegnato nella ricostruzione sino alla data del 31 dicembre 2019, fermo restando il rispetto del limite temporale previsto dalla normativa europea.
Alla lettera c) viene abrogato il comma 3-quinquies che fissa a trecentocinquanta il numero dei contratti di lavoro autonomo di collaborazione coordinata e continuativa che i comuni interessati dagli eventi sismici possono sottoscrivere ai sensi del comma 3-bis, nei limiti delle risorse assegnate con i provvedimenti del Commissario straordinario di cui al comma 3-quater ultimo periodo dello stesso decreto n. 189 del 2016.
Il comma 3 prevede che il personale in servizio alla data del 1° luglio 2018 presso i soppressi uffici territoriali per la ricostruzione e attualmente dipendenti del comune capofila, sono assegnati in via temporanea presso l’ufficio speciale per i comuni del cratere dell’Aquila.
Al comma 4 viene prevista la modifica del primo periodo dell’articolo 1, comma 990, della legge 30 dicembre 2018, n. 145, all’esito della quale la disposizione risulta così modificata: « Allo scopo di assicurare il proseguimento e l’accelerazione del processo di ricostruzione e di consentire la progressiva riduzione delle funzioni commissariali, con riassunzione delle medesime da parte degli enti ordinariamente competenti….. ».

L’articolo 23 introduce delle modifiche al decreto-legge n. 189 del 2016 volte a semplificare e dare un forte impulso alle procedure relative alla ricostruzione pubblica nelle regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria colpite dagli eventi sismici del 2016 e 2017, ivi compresi gli agglomerati completamente distrutti la cui ricostruzione è sottratta all’iniziativa privata.
Il comma 1, lettera a), modificando il comma 2-bis dell’articolo 2 del decreto-legge n. 189 del 2016, introduce il criterio di aggiudicazione al minor prezzo per gli incarichi di progettazione, per i servizi di architettura e ingegneria ed altri servizi tecnici e per l’elaborazione degli atti di pianificazione e programmazione urbanistica per importi inferiori a quelli di cui all’articolo 35 del codice dei contratti pubblici, consentendo un’accelerazione nell’aggiudicazione di tali servizi mediante il ricorso ad un meccanismo di valutazione delle offerte semplificato quale il criterio del prezzo più basso; inoltre si prevede che l’affidamento dei predetti incarichi avvenga mediante procedure negoziate previa consultazione di almeno dieci professionisti iscritti nell’elenco speciale previsto dall’articolo 34 del decreto-legge n. 189 del 2016.
La lettera b) disciplina una speciale procedura semplificata per l’istruttoria delle pratiche relative agli immobili con danni lievi che viene delegata ai comuni che ne facciano richiesta.
La lettera c) prevede la soppressione dei commi 10 e 10-ter dell’articolo 6 del decreto-legge n. 189 del 2016, di modo che il proprietario che alieni il proprio diritto sull’immobile entro due anni dal completamento degli interventi realizzati con i finanziamenti agevolati per la ricostruzione privata, non incorra nella dichiarazione di decadenza dalle provvidenze.
La lettera d) prevede che l’ufficio speciale per la ricostruzione, ovvero i comuni nei casi previsti, verificata la spettanza del contributo e il relativo importo, trasmetta al vice commissario territorialmente competente la proposta di concessione del contributo medesimo, comprensivo delle spese tecniche.
La lettera e) introduce la possibilità di finanziare l’analisi di risposta sismica locale nell’ambito del contributo riconosciuto e precisa che per evitare gli accentramenti nell’assunzione degli incarichi da parte dei professionisti, il Commissario straordinario con proprio provvedimento fissa il numero e l’importo complessivo massimo degli incarichi assumibili dagli stessi.
L’articolo 24 alla lettera a) stabilisce che a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto i materiali nei quali si rinvengono, anche a seguito di ispezione visiva, tracce di amianto oltre i limiti previsti al punto 3.4 dell’allegato D alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n 152, non possono essere trattati in deroga all’articolo 184 del medesimo decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come previsto dal comma 4 del decreto-legge n. 189 del 2016, ma devono essere trattati secondo le indicazioni previste nel comma 11 dello stesso decreto-legge.
Alla lettera b) si riallinea la scadenza indicata al comma 13-ter dell’articolo 28, comma 7, del decreto-legge n. 189 del 2016 alle scadenze indicate all’articolo 1, comma 1131, lettera h), della legge 30 dicembre 2018, n. 145.
L’articolo 25 definisce le modalità di compensazione ai comuni del cratere di cui al decreto-legge n. 189 del 2016 delle minori entrate derivanti dall’esenzione dell’imposta per occupazione suolo pubblico e imposta sulle insegne relative agli esercizi commerciali i cui i immobili sono stati dichiarati inagibili.
L’articolo 26 risponde all’urgente esigenza, manifestata dal territorio colpito dagli eventi calamitosi, di semplificare l’attuale procedura per il ristoro dei danni subiti dalle attività economiche e produttive e dal patrimonio privato, nell’ambito della cosiddetta « Fase 2 » (commi 422 e seguenti dell’articolo 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208, e articoli 25 e 28 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1) che risulta alquanto lunga e complessa, manifestando limiti sia con riferimento alla tempistica di erogazione che all’ammontare delle risorse rese disponibili. Di fatto l’attuale meccanismo, infatti, non consente un’immediata risposta e vanifica lo sforzo dello Stato, ricevendo i soggetti danneggiati il contributo a quasi due anni dall’evento, senza che, peraltro, sia garantita la disponibilità di tutte le risorse necessarie. Ciò compromette il ritorno alla normalità dei privati e delle micro, piccole e medie imprese, rendendo ancor più difficile la ripresa del tessuto socio-economico delle aree colpite da calamità. La proposta normativa in parola prevede, per far fronte ai danni occorsi alle attività economiche e produttive e al patrimonio privato, in attuazione della lettera e) del comma 2 dell’articolo 25 del predetto codice, una modifica agli articoli 25 e 28 del medesimo. Le necessarie risorse finanziarie saranno previste dalle deliberazioni del Consiglio dei ministri di cui al novellato articolo 25, comma 2, lettera f), del codice di protezione civile a carico del Fondo per le emergenze nazionali (FEN) di cui all’articolo 44 del medesimo codice. Ciò consente l’utilizzo di risorse « cash » a fronte di risorse già attivate con il meccanismo del credito di imposta.
La norma, semplificando sensibilmente l’iter procedurale in rassegna, mantiene in capo ad una deliberazione del Consiglio dei ministri la definizione dei criteri sulla base dei quali erogare detti contributi, come avviene con la vigente normativa.
La presente disposizione, non abrogando espressamente l’articolo 1, commi da 422 a 428-ter, della citata legge n. 208 del 2015, mantiene tale procedura, fino ad esaurimento delle risorse previste dal comma 423 del predetto articolo 1 per il ristoro dei danni subiti a causa di calamità naturali pregresse o non coperte dalla disposizione in rassegna, quali, a titolo esemplificativo, i danni alle imprese agricole finora non ristorate per insufficienza di fondi ed in attesa della conclusione della procedura di notifica o di comunicazione in esenzione alla Commissione europea o anche per concludere le procedure già disciplinate con la delibera del 6 settembre 2018 ma non ancora completate, relative ai contributi per i privati e le attività produttive danneggiati dagli eventi calamitosi occorsi nel periodo da ottobre 2015 al dicembre 2017. Inoltre la procedura indicata con i citati commi è più agevole per le imprese agricole, atteso che sconta comunque tempistiche più lente derivanti dalla necessità di armonizzare la disciplina emergenziale con le procedure di cui al decreto legislativo n. 102 del 2004 concernenti il fondo di solidarietà nazionale per le calamità naturali. Occorre, infatti, verificare congiuntamente con il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo che non si determinino sovrapposizioni contributive. A tal riguardo, si specifica che l’inserimento del ristoro per le imprese agricole anche nell’ambito della procedura di cui ai commi 422 e seguenti della legge n. 208 del 2015, deriva da un successivo intervento normativo nel corso della conversione in legge del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 2017, n. 96 (articolo 46-bis, comma 1). La novella derivava dalla constatazione che le risorse di cui al decreto legislativo n. 102 del 2004 risultano infatti annualmente del tutto insufficienti a coprire i fabbisogni dei danni occorsi alle imprese agricole in conseguenza di calamità naturali.
La sostenibilità della disposizione, in un’ottica di congruità prospettica del FEN, deriva anche dall’ipotesi di mantenimento della disponibilità delle risorse di cui ai citati commi 422 e seguenti per le imprese agricole, finora non ristorate, determinando, in tal modo, una sostanziale parità di trattamento tra imprese agricole e altre attività economiche e produttive che vedono ristorati i danni ciascuna con le procedure più appropriate alla propria situazione specifica.
Al comma 2 si prevede che il Commissario straordinario di cui all’articolo 1 del decreto-legge n. 109 del 2018, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 130 del 2018, individui con propria ordinanza i criteri e le modalità per la concessione di forme di ristoro di danni subiti dai cittadini residenti nelle zone interessate dalle attività di cantiere, nei limiti delle risorse disponibili sulla propria contabilità speciale non destinate ad altra finalità e comunque nel limite di 7 milioni di euro.
L’articolo 27 assicura fino al 31 dicembre 2020 il mantenimento del necessario presidio della zona rossa dell’isola d’Ischia, colpita dagli eventi sismici del 21 agosto 2017. In passato il presidio era supportato da un’Ordinanza del Capo Dipartimento della protezione civile che ha cessato di avere effetto il 21 febbraio 2019. Attualmente il servizio è espletato grazie ad un’ordinanza contingibile ed urgente del prefetto di Napoli, che ha previsto l’utilizzo di 15 unità di personale militare. Tale decreto prefettizio ha vigenza fino al 26 marzo 2019. Con questo articolo viene incrementato di 15 unità il contingente previsto dall’articolo 1, comma 688, della legge 27 dicembre 2017, n. 205, da destinare al presidio alla zona rossa. Rispetto al precedente presidio, potrà essere effettuato con un numero ridotto di unità, grazie all’adozione di un nuovo modello di sorveglianza dinamica. La copertura è a valere sulla contabilità speciale intestata al Commissario straordinario per la ricostruzione dei territori dell’isola di Ischia.
L’articolo 28 prevede l’istituzione di un’innovativa piattaforma denominata « IT-Alert », con la quale, attraverso la tecnologia CBS (cell broadcast service), si potranno inviare brevi messaggi di testo a tutti i dispositivi cellulari presenti in una determinata area geografica, garantendo un servizio di comunicazione in emergenza tempestivo ed efficace in analogia a quanto avviene in altri Paesi europei ed extraeuropei. A tale scopo vengono apportate puntuali, specifiche, modifiche al codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, con oneri a valere sulle risorse assegnate alla Presidenza del Consiglio dei ministri per le spese relative alle ricorrenti emergenze riguardanti gli eventi sismici, alluvionali, i nubifragi, i vulcani, le mareggiate, la difesa del suolo, delle opere civili pubbliche e private, delle foreste ed altre calamità.
Così come previsto dall’articolo 17 del codice di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, con la piattaforma si completa il sistema di allertamento nazionale già realizzato, a seguito della direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 febbraio 2004, dal Dipartimento della protezione civile, che avrà quindi l’onere di definire le procedure per la gestione e l’attivazione del sistema ed i contenuti dei messaggi nei diversi casi.
Sulla base delle prescrizioni dell’articolo 31, comma 2, del citato codice della protezione civile, la piattaforma sarà comunque trasversale a tutte le componenti del Servizio nazionale di protezione civile, così come specificate al comma 1 dell’articolo 3 del predetto codice.
Pertanto si prevede che alla piattaforma, nella sua evoluzione futura, possano accedere anche le autorità territoriali di protezione civile per veicolare messaggi di allertamento e informazioni per gli eventi di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 7 del citato codice di cui al decreto legislativo n. 1 del 2018 nonché altre autorità incaricate di assicurare la sicurezza dei cittadini. A tal fine si sta operando con l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) per consentire la piena interoperabilità della piattaforma.
Essendo necessario, per il funzionamento della piattaforma, l’uso coordinato delle reti di telefonia mobile, è previsto il coinvolgimento degli operatori nazionali che, a seguito delle modifiche apportate al codice delle comunicazioni elettroniche, avranno l’onere di ammodernare le reti e la responsabilità di garantire l’operatività dell’invio dei messaggi di allertamento.
Per quanto riguarda il comma 5 dell’articolo in esame, la disposizione si rende necessaria al fine di individuare l’ambito applicativo del comma 1044 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2017, n. 205, che dispone a partire dal 1° giugno 2019, l’obbligo di integrare negli apparecchi atti alla ricezione della radiodiffusione sonora almeno un’interfaccia che consenta all’utente di ricevere i servizi della radio digitale. Detta definizione chiarisce dubbi interpretativi che rischierebbero di provocare effetti negativi nel settore in Italia, in particolare nelle more del recepimento della direttiva (UE) 2018/1972del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2018, che istituisce il codice europeo delle comunicazioni elettroniche, da recepire entro il 21 dicembre 2020. Infatti l’articolo 113 della citata direttiva fornisce indicazioni dettagliate e più restrittive circa l’ambito di applicazione, escludendo espressamente le apparecchiature utilizzate da radioamatori, i dispositivi di telefonia mobile (quali ad esempio gli smartphone) ed i prodotti nei quali il ricevitore radio è puramente accessorio, con indicazione per gli Stati membri di limitare l’impatto per i ricevitori di modesto valore. Per cui, nel periodo intercorrente tra il 1° giugno 2019 – data di implementazione della normativa nazionale – e, al più tardi, il 21 dicembre 2020 – data ultima di recepimento della direttiva, l’interpretazione letterale della legge n. 205 del 2017 determinerebbe un ambito applicativo ampio, ma temporaneo. Successivamente al recepimento, infatti, l’obbligo di integrare nei ricevitori un sintonizzatore per la radiodiffusione digitale sarebbe espressamente escluso per i prodotti nei quali il ricevitore radio è puramente accessorio, quali gli smartphone e le apparecchiature utilizzate da radioamatori e dovrebbe comunque avere un limitato impatto per i ricevitori di radiodiffusione di valore modesto, fermo restando l’inserimento in tutte le autoradio. La direttiva individua espressamente alcuni casi di esclusione, per cui la presente proposta di norma evita turbative al mercato, estromettendo già dal 1° giugno 2019 dette apparecchiature dall’applicazione della norma nazionale. Con il recepimento della direttiva sarà poi effettuata la valutazione tecnica, economica e del mercato atta a individuare quali possano essere gli apparecchi di modesto valore e come limitare l’impatto sui suddetti prodotti.
L’articolo 29 prevede le coperture finanziarie del decreto.
L’articolo 30, infine, prevede l’entrata in vigore del decreto il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, nonché la clausola di presentazione alle Camere per la conversione in legge.